le rubriche

e conformate l’azione alla parola

(intuizioni intorno al teatro)

di isabella moroni

Grandi finestre ad arco, mosaico di vetri lucidi e trasparenti incorniciati di bianco.
Il sole taglia la stanza in fasce diseguali scaldando il pavimento di legno.
Assi di legno grezzo lucidate dai passi scalzi dei danzatori, dalle scarpette di pelle morbida degli attori, da calzature mai tolte dei musicisti che però restano lì, sul fondo, ad accordare i loro strumenti fra la porta finestra e la sbarra della danza classica.

L’Espace affacciava su un piccolo giardino verde: pergolato di passiflora, fontanella e tavolini da bistrot inclusi nella visione. Li osservavo arrivare alla spicciolata, con le pesanti sacche in spalla o scaricate giù dal portapacchi del motorino, della bicicletta. Si salutavano appena.
Diversamente dagli studenti di un liceo, sembrava non avessero tempo per dirsi qualcosa, per confabulare ridendo.
Sparivano nel portoncino: il tempo a contare fino a trecento forse, ed ecco che i primi già entravano nella grande sala con la divisa non omologata di chi si allena a rappresentare: fuseaux, canottiere e magliette a strati, scaldamuscoli, calzini sformati che presto sarebbero volati in qualche angolo. Le ragazze raccoglievano le chiome fluenti in fasce o in piccoli triangoli di stoffa colorata.

“Le metamorfosi. Dei, animali e uomini.”
Era il titolo del progetto che saltava fuori netto e movimentato dalla locandina appesa nella bacheca all’ingresso dell’Espace.
Imparare a tramutarsi, a deformarsi per arrivare a mettere in scena uno spettacolo. Trovare nuove forme di comunicazione per il teatro contemporaneo.

Li vedevo riscaldarsi tendendosi e raggomitolandosi, li intuivo saltare per poi ricadere flessuosi sul legno elastico del pavimento. Quindi si stendevano a terra come croci di carne, ascoltando il ritmo del loro respiro.
Il regista era lì e lasciava penetrare parole e immagini come gocce di mercurio capaci di restare tremebonde nella loro fissità argentea o di impazzire rotolando, correndo, separandosi e moltiplicandosi lungo lo spazio ed il tempo.
Poi era la voce: voce che si apriva, voce nel respiro, voce in connessione con il movimento, suono capace di rintracciare il centro interno del proprio essere, il nucleo dal quale scaturisce l’energia comune che permette ogni coesione d’azione.

Ed eccoli di nuovo tutti in piedi, sospesi nella scoperta dello spazio che li circonda. Intenti nel ripetere la camminata, esercizio fondamentale per elaborare il concetto di “passaggio” da un territorio all’altro, indispensabile per verificare come e quanto il corpo possa trasformarsi o, meglio, deformarsi per essere altro ed altrove.

Ed era proprio in questo passaggio, in questa “discesa della scala che porta alle profondità della nostra memoria e ad incontrare immagini, esseri ed emozioni, dando loro vita” che si scoprivano quelle “metamorfosi”, sempre più simili ad altrettante “pelli” che tutti i corpi attraversano e cambiano nel loro destino.

Lavoravano su tutto ciò che gravitava attorno a metamorfosi, animali, uomini e dei: mitologia, musica, arte, poesia aprendo così lo spazio a tutti i riferimenti letterari e visivi che un simile discorso può stimolare.
Elaboravano i materiali che ognuno contribuiva a portare, in un’esplorazione dei linguaggi di decodifica teatrale.

E all’improvviso la stanza si riempiva di ritagli colorati, riproduzioni d’arte, schizzi, pastelli, colori a cera, libri contrassegnati da una selva di striscioline di carta; salivano note musicali che si rincorrevano, si scartavano o si scontravano fra loro cercando di trovare corridoi privilegiati per diffondersi orizzontalmente da allievo ad allievo, da attore ad attore come un’epidemia di fermento.

Il regista preferiva lavorare sulla musicalità del testo piuttosto che sulla sua interpretazione verista.
In principio era il valore musicale della parola e della ricerca del ritmo, poi tutto questo veniva messo nello spazio, nel grande, scarno, caldo spazio scenico, riconoscendogli lo stesso valore del testo.
Li vedevo scoprire e sperimentare le molteplici possibilità di una scrittura e le sue evoluzioni, prima di fissarla nell’interpretazione del senso; li vedevo far spazio al suono della loro voce di attori, allo stupore della parola, alla sorpresa della frase.
Era una sorta di avventura cavalleresca, un percorso di iniziazione, alla ricerca di una struttura di comunicazione che potesse parlare al presente ed in modo diretto della società mettendone a fuoco anche i punti deboli, analizzandone le radici, nell’ambito appunto di questa materia ancora incandescente ed affascinante quale quella della mutazione.

E lo spettacolo nasceva come suggeriva Stockhausen, lavorando con i “differenti gradi della perfezione, sull’intera scala del bello:
con il brutto,
con il non così bello come,
con il non ancora veramente bello,
con il per niente bello.
Tutto questo nella stessa composizione. Affinché diventi possibile comprendere il processo della vita”.


Dedicato a Marco Carrara, alle sue lezioni di teatro, alla sua capacità di guardare “oltre e fino in fondo”, al desiderio di ritrovare le sue tracce.

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