le rubriche

blu bemolle

di matteo pelliti

the minor drag

Mi piace immaginare un neonato ben grassoccio e color fondente, grandi occhi tondi spalancati sulle luci di New York, nato appena in quel tale giorno di febbraio – ma non era maggio? - del ‘Novecentoquattro, che saluta il suo mondo non già col rituale pianto d’inizio, ma con una risata, e sincopata. Lo chiameranno Thomas, i suoi genitori: i signori Waller; Edward Martin, ministro battista, e Adeline, cantante, pianista e organista. Buon sangue non sente ragioni. Il bimbo cresce dentro la musica, e ingrassa; ingrassa e suona. Suona il violino, il piano, e certo anche l’organo in chiesa. Sai come vanno le cose, da adolescente rotondetto ti chiamano “Fats”, e “Fats” rimarrai anche quando entri dritto dritto nella storia di tutto il pianismo jazz o, a scelta, del Jazz stesso: Thomas “Fats” Waller.

Come si fa a spogliare il Jazz degli anni Venti e Trenta da tutta la metaletterarietà mitologica che gli si è appiccicata addosso nel corso del tempo? Non lo so. Ma si può? Mettiamo su un disco allora? Se vuoi. Ti metti a ritagliare le foto, i disegni e ne fai un cinema? Magari. Indossi forse un panciotto dell’epoca? Ecco, forse col panciotto di Fats Waller tutta l’idea stessa d’ironia, di divertimento, di “fun” entra nel Jazz. E c’entra con canzoncine commerciali che travestono capolavori irrinunciabili, e melodie inconsumabili mascherate da motivetti da vaudeville. Fats canta, scherza, ammicca, gigioneggia, ruota gli occhioni tondi mentre le mani sono quelle di un pianista rarissimo. Certo, nel ’29 ci si buttava pure dalla finestra, ma vuoi mettere la musica che c’era intorno, o in fondo alla strada. La potenza espressivamente sarcastica unita ad un virtuosismo pianistico “naturale” (non solo nello “stride-piano”, quasi inarrivabile) scorre in tutte le registrazioni che ci ha lasciato Fats, così come nelle sue composizioni originali, nelle sue canzoncine comicamente romantiche.


Musiche vitali, scritte di corsa dentro la corsa di un taxi: in volo verso lo studio di registrazione in un bel pomeriggio del Novecentoventinove. Si dirà: la solita favola dei “Roaring Twenties”. Ebbene sì, proprio quel mito lì: il pieno di modernità che ancora sta ad aspettarci, piantata in un bel mattino d’ottanta e più anni fa. E poi: la band assemblata in un giro di telefonate prima di registrare; un tema, quello di “The minor drag” ad esempio, orecchiato al volo dal finestrino del taxi, quasi un branetto klezmer (perché il klezmer prima o poi bussa al tuo orecchio, e non importa a quale longitudine ti trovi) e inciso il primo marzo del Ventinove. Finirà che è il primo brano a portare il soprannome “Fats” dentro la firma. Il bimbo ciccione che non è mai cresciuto davvero, e suona il piano come nessuno, e suona “di pancia”, e ride e scherza e, ridendo e scherzando, segna un epoca. E la sua vita, dentro quell’epoca, durerà davvero poi troppo poco. Ma questa è un’altra storia, da raccontare un’altra volta, dove c’entra un vagone ferroviario col riscaldamento guasto, una sbornia, un genio grassoccio che muore di freddo nel sonno a 39 anni, in viaggio verso Kansas City.







p.s.
Vi piacciono forse Woody Allen e Paolo Conte? Allora dovete, di necessità, ascoltare Fats Waller!! Li ritroverete a spasso nella sua musica.




(Fats Waller and his buddies, 1927-1929 - CD Bmg – Rca 1992)

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