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lusofonia peregrina
di cristina galhardo (portogallo) |
Consiglio
Sii paziente; aspetta
Che la parola sia matura
E si stacchi come un frutto
Al passare del vento che la merita.
(Eugénio de Andrade)
Sembra che Viriato, pastore scelto dal suo popolo come re di Lusitania, nato in un bel posto chiamato Montagna della Stella, parlasse celtico. Nel freddo della montagna, seduto davanti al fuoco, fra piani di battaglia ed il contare sognatore di stelle, poteva forse immaginarsi, nei pochi momenti in cui si riposava dopo la battaglia contro l’impero romano, che il suo popolo avrebbe parlato nel futuro una lingua derivata da quella che parlavano i suoi avversari?
Quasi fino all’età adulta, non mi consideravo come portoghese, cercando di afferrarmi il più fortemente che potevo a un’altra terra, quella che mi aveva visto nascere. Il piano non è riuscito bene, e la colpa, sì, la colpa, è della musica, della poesia, della lingua. Aveva ragione il nostro amato Pessoa, che a volte chiamo Fernandinho, come immagino faceva Ofélia Queiroz, la destinataria di tutte le ridicole lettere d’amore.
La mia patria è la mia lingua. La frase comporta in questo momento della mia vita un significato difficile da spiegare. Non siamo una finestra sull’oceano, l’ultimo pezzo di terra del continente: siamo proprio una barca sempre pronta a staccarsi del porto fragile. José Saramago ha scritto su questo Zattera di Pietra, la Peninsola Iberica si stacca del continente e vaga sulle acque.
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Ho fatto della lingua la mia barca e così viaggio liberamente in un infinito fatto di luoghi, aggiustando ogni tanto la vela dei suoni, più chiusa la vocale lì, più aperta là, a Lisbona ascolto le parole dei ragazzi, che non sanno di usare i termini dell’Angola, dal Brasile mi arrivano le espressioni che i portoghesi hanno giá dimenticato, ascolto e ballo al suono della morna e colladera di Capo Verde e sorrido pensando che quella sarà l’unica nazione del pianeta dove non c’è posto per il razzismo, un'isola come una tela dove tutti i colori si mischiano in pace e bellezza. Chissà, nell’impazienza di approdare all'Oceano Indiano prendo come ali le sempre nuove parole di Mia Couto e volo fino al Mozambico, dove questo scriba reinventa la lingua nei suoi racconti fatti di terra colore di fuoco, maghi, gente ed animali, tutti con una voce propria. Giro e ci giro ancora, ma non c’è modo di incominciare a parlare del Portogallo senza prima raccontare tutti questi mondi, musiche e genti distanti. È la Lusitania fatta di suoni e odori, diventata Lusofonia, nazione eterea senza frontiera concreta. E come succedeva con le antiche storie, raccontate in verso per più facilmente rimanere nella memoria, questa nazione errante impregna i sensi, fino a quando diventa pelle; non la chiamiamo nostra, siamo noi che gli apparteniamo.
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