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quelle brave
di dielleemme |
Sotto di me vedo teste, centinaia. È come guardare i segni luminosi su un equalizzatore, si muovono su e giù, a volte metto dei tappi piccolissimi nelle orecchie per giocare a indovinare la musica senza ascoltarla, solo guardando la gente che si muove. Perché non conta nemmeno tanto che io ascolti la musica, quando lavoro, il mio ballo potrei farlo su un valzer, o su una mazurca. Così dice la Tere, che tra noi è la più brava, e quando balla sembra una specie di farfalla ubriaca, una contorsionista sotto ipnosi, non so come spiegare.
Da un po’ di tempo la musica non mi piace nemmeno. Mi infastidisce. L’ho detto, una volta, a Kristos: lui si è messo a ridere e mi ha detto che a furia di zum-zum mi è entrata dentro e mi ha rovinato un po’ il cervello. Lo penso anch’io, quando mi sveglio, certi pomeriggi, e la Tere ha la radio accesa. Allora urlo e spengo tutto. Sono insopportabile, lo so, ma Tere è comprensiva. Lei capisce. Sa che ogni tanto devo fare due conti veri, e in quel momento l’ultima cosa che voglio è sentire altri rumori nella testa. Specie parole.
La bocca io la tengo sempre chiusa. Non mi piacciono quelle che ballano cantando sopra alla musica. Io tengo la bocca chiusa e sorrido poco, secondo me questo è professionismo. Ci vuole concentrazione per fare bene questo lavoro. C’è tecnica dietro, non crederete che siamo tutte uguali, quella brava la riconosci subito. Che sia una questione di bacino le donne l’hanno capito tutte da un pezzo, e guardale quelle troiette del liceo: a furia di video e di film hanno imparato tutte, le stronze. E sono anche belline, certe, ma alla fine non è solo questo che conta. Quelle brave sanno incantare, anche le donne restano a bocca aperta e l’invidia gliela leggi dai passettini piccoli piccoli che fanno ballando mentre si voltano per guardarti. Quelle brave sono indifferenti alla gente, alla musica, al fumo, all’alcool, al freddo e al caldo. Quelle brave non sentono niente, lo sanno che con i sentimenti addosso si balla malissimo. I legamenti sono più rigidi quando sei incazzata, quando sei preoccupata, lo stomaco diventa un barattolo pieno d'aria, e invece deve essere un palloncino sgonfio, altrimenti col cazzo che l’ombelico significa qualcosa. L’ombelico, dice la Tere, che ultimamente è intrippata con lo yoga lo zen o minchiate del genere, deve essere un punto di energia. Dice che devi concentrarti sulla pancia per fare scorrere la forza. Dice che i nostri ombelichi sono identici. A me sembra che l’ombelico è la cavità che nessuno potrà mai rubarmi, è l’unico vuoto che nessuno pretende di riempirmi con le prediche, con i consigli, e se ci pensi è l’unica cosa che piace vuota così com’è.
Gli uomini mi toccano, a volte, e Kristos si incazza. Li allontana con uno strattone, ogni tanto ne porta qualcuno in un angolo e se non si convince a darsi una regolata lo prende per la maglietta e lo guarda negli occhi, gli parla dritto nel naso: o così o fuori. Kristos ha una cotta per me. Dice che gli ricordo una che ha visto in un libro da piccolo, quando ancora viveva a Patrasso. Una volta ha parlato con un tizio di quarant’anni che era seduto nel privée, quello di mestiere faceva il professore di lettere e gli ha detto come si chiamava quella donna.
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È venuto tutto contento da me per dirmi che l’aveva scoperto, e me l’ha anche nominata in un orecchio, ma con quel casino io non ci ho capito niente. Ma mi ha spiegato che è la musa della danza. Io sono la sua musa della danza, e lui si incazza quando mi toccano. Non riesco a spiegargli che quando mi mettono le mani sulle caviglie o sulle cosce io non sento niente. E poi, sai che sforzo toccarmi le cosce, sono lì apposta: la cosa più difficile è che io me ne accorga. In genere smettono da soli, dopo un po’.
Mi dà fastidio quando mi toccano i capelli, quello sì. Infatti uso quasi sempre le parrucche, ne ho ventisei, una diversa dall’altra. I capelli li ho sottili sottili, quando me li lavo è un dolore vedere che cadono. Piango spesso quando vedo che i capelli mi cadono. Ho paura di restare calva. La Tere li ha ricci, vaporosi, ha milioni di capelli, una valanga di capelli, dice che le piacerebbe averli come i miei, che fa una gran fatica a lavarli e ad asciugarli, ma non è vero. La Tere balla anche con i capelli. Tere ha il suo repertorio, che non è tanto diverso da quello di tutte, però lei lo fa meglio, perché pare sempre felice.
Io sono quella triste, ci mettono quasi sempre a ballare insieme. Agli uomini piace e di solito si dividono in due partiti, uno guarda me, uno lei. Certe sere in camerino facciamo scommesse su chi prenderà più voti. Lei in genere prende i voti dei ragazzini, io quelli degli adulti o dei vecchi. Alle donne non piacciamo né io né lei, anche se quando sono in gruppo con dei maschi fanno finta di partecipare alle elezioni.
Le donne quando ballano guardano in basso, ognuna controlla i propri vestiti, la ciccia che sbuzza, i tacchi delle scarpe, il mascara che cola. Gli uomini quando ballano guardano in alto, tutto intorno. Come il simbolo del maschio e della femmina: un cerchio con una freccia in su, un cerchio con una croce in giù. In discoteca si vede benissimo.
Kristos non sa che avrebbe potuto avere un figlio di tre anni. Non lo sa perché io non gliel’ho mai detto, e non penso che glielo dirò mai. Quella notte fui io a spogliarlo, anche se a me Kristos non piace, solo che non so cosa mi prese, mi guardava con quegli occhi buoni, mi parlava in greco e poi traduceva in italiano, mi accarezzava la parrucca. Quella notte Kristos venne in camerino da me, parlò fitto fitto con Tere, poi mi guardarono, e Tere mi fece un cenno di assenso. Gli uomini spesso parlano con Tere prima che con me.
Quando succede, il giorno dopo Tere non accende la radio. Mi lascia in silenzio. A volte esce e torna a casa con una parrucca nuova. E quando torna me la prova, mi pettina a lungo, piano, come sa fare lei. A volte piange, mentre lo fa, ma dura poco, Tere dice che non c’è tempo per le lacrime. Tere ha sedici anni più di me, e dice che saremo per sempre legate. Dice che noi siamo quelle brave, che lo siamo sempre state. Dice che non potrebbe mai vivere senza di me, che potrebbe sopportare di perdere chiunque ma non me.
Una volta non la chiamavo Tere, ma poi mi ha spiegato che era meglio così. Per tutte e due, dice.
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