contrAppunti

quando non c’è più spazio per essere scritti si muore

di synesius

Mi nascondo dietro al bonsai, mentre la terrazza si illumina grazie al gas incendiario di una lampada da campeggio, e resto qui a spiarla, con in testa il mio sacchetto di plastica trasparente e il gilè di cartone impigliato nei rami di quest’albero in miniatura, senza foglie e in verità più morto che vivo, le piccole radici a vista come le vene sul dorso della mia mano palmata – il mio tormentone preferito e il mio segno distintivo, tipo mutazione genetica, ma di quelle inutili, che a Darwin gli verrebbe un coccolone – e il tronco liscio come la colonna di una villa palladiana, incoronato da piccoli rami ricamati a ghirigori come in un capitello corinzio, resto qui a spiarla, dicevo, vestito in modo approssimativo e con una voglia dentro che non si può dire, ma sono fortunato perché lei sta di nuovo leggendo, proprio come la prima volta in cui l’ho vista - in piedi e con un libro aperto fra le mani e ferma davanti a un teatro, dove il vero spettacolo era lei - peccato che quel giorno io fossi appollaiato sull’arbre magique di un tassì e avessi entrambe le mani impegnate e il naso impregnato di pino silvestre, ma adesso che l’albero è vero e ben piantato nel suo mezzo chilo di terriccio è tutta un’altra cosa, perché posso dimenticarmene, muovermi con una certa libertà e soprattutto infilarmi fra le piastrelle di questa terrazza, disposte a spina di pesce chissà quanti eoni fa da un posatore improvvisato, così inesperto da aver lasciato larghi canyon di colla secca fra una e l’altra, percorrendo i quali posso arrivare fino a lei. A lei che sta seguendo con gli occhi color del miele le righe della pagina, muovendoli da sinistra a destra come una macchina da leggere - e a ogni salto di riga nel mio cervello scatta un campanello – a lei che movimenta la frangia con le due dita consuete scuotendo un poco la testa quando volta pagina – e nel frattempo mi sono buttato nel canyon sintetico sfogliando tentativi di strati e precipitando in ere geologiche dimenticate – a lei che concentra in se stessa l’essenza di tutte le lettrici mai descritte, rappresentate, fotografate, recitate e dipinte, senza bisogno di letti, poltrone, sedie a sdraio, prati o divani, perché lei legge in piedi, perpendicolare ai canyon di mattonelle nei quali forse mi sono già smarrito, ma da dove mi basta sollevare la testa ed eccola lì, portentosa e tranquilla, i capelli che assorbono il chiarore della fiamma e lo ripropongono all’intorno centuplicato – mentre io mi allungo ad accogliere le lame di luce scelte e scagliate nelle fessure in cui ho deciso di andare – a lei che infine mi vede emergere, chissà come e chissà perché.

Adesso che le sono davanti e che lei mi vede, non devo fare niente, se non attendere che mi legga, perché ecco, sono un libro, e levata a strappi la protezione di plastica trasparente e sfilato il gilè di cartone, mi apro e sono scritto, perché tutto ciò che sono è quello che ho scritto addosso - o dentro, che è lo stesso - ed ecco, c’è la pelle ricoperta di segni, ma sulla pelle c’è solo l’inizio, e se si vuole sapere come andrà a finire bisogna sfogliarmi, perché ogni strato è stato scritto - per fortuna non del tutto, che quando non c’è più spazio per essere scritti si muore – e ci sono i tristi capitoli delle ossa pesanti, e quelli ritmati dei muscoli, e quelli di passaggio delle cartilagini sottili, e quelli di puro intreccio degli organi interni, e poi c’è il sommario del cuore, e insomma bisogna sfogliarmi per leggere, e per leggermi bisogna sfogliare, ma sono del tutto tranquillo, abbandonato e fiducioso, perché lei mi sta già leggendo e la leggenda - che lo so, non è la storia - racconta che lei non abbia mai lasciato un libro a metà.

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