contrAppunti

cronache smarrite di lato

di tapenoon

Bisbiglio. Appena un soffio, per non svegliare il figlio. Dammi retta, sgambetta in linea retta e non curvare verso altro mare, o fanfare più intonate. Niente distrazioni, boriosi sermoni, finte illuminazioni, il nirvana sta altrove, cucciolo! Per mille vite al giorno ho sognato questa cosa, una bella prosa, un romanzo o come diavolo lo chiamereste voi. Poi sbatacchi l’interfaccia, puntelli la memoria, avvii una scansione, solo per provare un’emozione, l’illusione del contagio. Virus found, ma quando mai! Niente avviene se nessuno interviene. Se nessuno pigia, se nessuno preme, se nessuno accetta condizioni, implosioni o non alimenta vecchie vene, tanto vale, anzi poco vale. Rimarrai sempre uguale, condizionale, imperfetto, come l’orario di un diretto che non arriva mai. Ma cosa importa, cosa vuoi o cosa te ne viene? La breve illusione di un componimento, delicatamente lento, senza accento o sentimento. La gente guarda e passa e non si cura, non si premura di soppesare, dimostrare, interiorizzare o razionalizzare. Perde il filo, le parole escono e la collana si sfascia, tralascia d’essere quello che è, diventa un – non è – e festa finita. Come una purga la cui assunzione fa tanto soffrire, ma poi lo scarso rendimento fa maledire. Niente valeva e niente non vale. Controvoglia sbuffo e riaccendo. Un tonfo tremendo nella notte che viene. Imprecazioni, delazioni, vagiti fuori orario. E la consorte di vestaglia vestita, occhio-braciere, passo-brigadiere, mano-giardiniere, mi prende all’orecchio e mi porta in bagno. Che guadagno! Che incompreso! Solo un rospo di stagno, un goffo scaldabagno nemmeno funzionante. Non sto nella pelle, nemmeno le viscere stan comode adesso. Vale l’eccesso, il buffo represso si mette il pigiama. A nanna madama, lo so ho sbagliato, ma lo chiami reato? Il pupo sonnecchia, riprende l’onda sciamana di una ninna nanna nostrana, canticchiata al buio, da fauci depurate con soluzioni azotate. Niente di che, se non eccedessi col fluoro, ingombro di cloro. Il fiato si sente, a stento riprende la cantilena dovuta. Non so come, non so perché, ma il bimbo si sveglia, capisce l’ammanco del ritmo un po’ stanco. Vacillo sul trespolo del letto di cedro, ondeggio e rifletto un goffo corvaccio nello specchio vicino. “Ma io sono scrittore, non cantore” gli dico sincero, ma quello ti guarda, il velo si rompe, il tempio vacilla sotto i tuoi colpi indecisi. “Cos’hai fatto!” la senti, lo dice tra i denti, ma son chiare lo stesso. Parole d’amore non farebbero effetto come un rimprovero detto in camera da letto. Reclini il capo, il capo non sei tu, non lo sei mai stato, non lo sarai. Vorrai un giorno esserlo, ma diciamocelo, chi comanda non scrive, dice e basta. Impartisce e non serve altro, non salva e non copia, non incolla e non cancella. Ha tutto dentro, altro non gli serve. Spumeggio in silenzio, ciabatto di lato, verso il mio lato del letto. Fa freddo, nessuno lo scalda. Termocoperte andrebbero a ruba, così come mogli svendute per due soldi e un’ispirazione. Finisce l’illusione, il sonno arriva, così come il russare. E per quel che vale, questo lo so fare.

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