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spaziotempo
di garnant |
C'era qualcosa di disturbante in quella rotatoria, e non era soltanto il suo trovarsi in un leggero avvallamento rispetto a tutte le strade intorno, né la forza centrifuga quasi ronzante che si avvertiva nel percorrerla, o la luce violenta del lampione al centro, che la schiariva con raggi inclinati, piuttosto era la sensazione che sarebbe bastato solo un doppio giro, solo uno in più di un’auto qualunque, magari per errore, per farla sollevare, lentamente, ruotando, sempre ruotando, assieme alle auto, come una giostra del lunapark.
Non avevo mai avuto un rapporto sereno con la viabilità cittadina.
La notte in cui notai due grosse monovolume spiaggiate sull'ovale d'erba rada, macchiata di neve ghiacciata, la luce del lampione che pioveva sbilenca sulle carrozzerie, quasi invertii la marcia per evitare quel cerchio di pianura, ma poi continuai sul percorso d’asfalto, e per tutto il tempo necessario a compiere l’arco di cerchio quello m'apparve come un pozzo gravitazionale, un buco nero, che occasionalmente vomitasse viaggiatori, che fuggivano spaventati nei campi abbandonando i loro mezzi.
Ci fu poi la notte dell’incidente - mai un incidente, solo una volta uno specchietto frantumato da un vile idiota in un parcheggio. E invece ora c’erano frecce che lampeggiavano in tutte le direzioni, una frenata urlante, un urto che sembrava altrove e invece era prima fuori da qualche parte e poi addosso a me, e poi un urto nella direzione opposta, e la solita luce bianca e obliqua su tutto.
Uscii dalla macchina e quella luce era anche sulla mia testa, capelli lisci e lucidi di parrucchiere e molto mascara, qualche lacrima di spavento nevrotico aveva incollato le ciglia insieme, e la luce circondava auto e persone e linee curve con un alone irregolare color latte.
C’erano tre automobili storte sulle righe bianche, da una vecchia auto francese bianchiccia erano usciti un uomo alto in camicia e maglione ordinari, e una ragazza piccola e pallida senza un filo di trucco, una bocca minuscola con le labbra sottili, lui aveva iniziato a camminare intorno alla sua auto piegando la testa di qua e di là, e torcendosi le mani, mentre lei aggrottava la fronte e sopracciglia quasi inesistenti. Poi c'ero io, capelli lisci e lucidi di parrucchiere, i piedi infilati in un paio di scarpe Moschino a prestito, graziosissime, vernice rossa e fiocco, e un piccolo vestito nero in saldo. Tornavo da una cena affollata, sola a bordo di un'utilitaria sostitutiva in tinta con le scarpe.
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Ero ammutolita. La mia testa continuava a replicare urti immaginari, prima colpiva dietro e poi davanti, inceppata su una manciata di secondi. Dalla terza auto non era ancora uscito nessuno, e potevo distinguere tre teste attraverso i finestrini, in una comunissima auto nazionale grigia e metallizzata come un robot. Quando allungammo volti e nasi in direzione dello sportello del guidatore, io con il mascara che anneriva il cielo, lei con la fronte sempre più aggrottata e gli occhi stretti, forse miope, lui che si spostava nervosamente da un piede all’altro, la serratura scattò, e dall’auto scesero lentamente tre ragazzi sui vent’anni, il più alto dovette chinarsi in modo grottesco per uscire da una delle porte anteriori.
In piedi sull’asfalto raddrizzarono le spalle, si passarono le mani sulle pieghe dei vestiti, e fu allora che notai le loro uniformi spaziali in lycra. Star Trek serie classica, tirati a lucido per qualche raduno spaziotemporale. Il capitano e l’ufficiale scientifico osservarono in silenzio i cocchi colorati dei due fanali posteriori, sparsi sul grigio dell’asfalto, lo scienziato si passò un dito nel colletto dell'uniforme con un'aria di fastidio, doveva essere pessima lycra. L’ingegnere si strinse nelle spalle, tornò all'auto e dal cruscotto levò un pacchetto di sigarette francesi e un accendino, l’uniforme non aveva tasche. Si diresse al centro della rotatoria, camminando sull'erba bagnata, le spalle piegate sul fuoco dell’accendino e le mani tonde intorno alla piccola luce della cenere. Fumando alzò gli occhi, forse cercava le stelle, ma trovò il lampione e un riflesso sull'antenna cellulare.
Sembrò bastargli.
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