contrAppunti

olio su tela

di gianluca riccio

Peccato per quella cornice spezzata intorno al quadro bello che si guarda stare al muro, stanco di starci. Peccato, perché c'è dipinto un campo pieno di grano e farro, ed è primavera; solo per caso non s’intravede qualche linguata di colore che forma una donna, lì nel casale in lontananza, bello nel sole come bella è l'immagine, e bella è la potenza del ricordo.

Cosa succede quando si spezza una cornice?

In altre faccende affaccendato si direbbe Bernardo: gli orologi non lasciano tempo per nulla e il lavoro boccheggia da quando hanno tirato fuori quelle porcherie di plastica che segnano i numeri come cifre d’una calcolatrice... quelli non si riparano: o funzionano o si buttano, e non è consolante sapere che quando il tempo s’interrompe non puoi più rimetterlo in sesto.

Gli orologi e il pensiero che ne riempie i vuoti sono la vita di Bernardo e del suo piccolo negozio d’orologiaio, che è il regno del pensiero laterale sospeso tra gli scatti delle lancette... tutti sappiamo quanto dura un secondo, nessuno mai riuscirà ad afferrare quante cose può contenere.

Prendiamo un accaduto qualunque, prendiamo proprio la storia del quadro: è un momento, la somma di tutti gli istanti vuoti che lo circondano e s’accumulano come le tensioni del sottosuolo; poi si liberano come in un terremoto, e quando succede proprio non te l’aspettavi, magari eri al tavolo da lavoro e hai visto il lampadario che oscillava.

Quel giorno il terremoto non ha fatto ballare lampadari, semplicemente ha prodotto un rumore secco e leggero come di ramo rotto al peso della neve. Un rumore rotto. Quando s'apre una cornice è un disastro, perché il quadro si versa tutto fuori senza il riparo del suo recinto di legno dorato: lo guardi e non puoi fare a meno di pensare a quando il campo di grano era al sicuro… ora pare in bilico e quasi t’aspetteresti di trovare qualche fiore di pesco per terra.

"Brutto affare" pensò Bernardo.

Proprio mentre riparava un Patek Philippe degli anni '20, un orologio sacro, rotto da tempo e miracolosamente scampato a un incendio, ora doveva fronteggiare un'altra catastrofe, perché l'azzurro del cielo si stava mescolando col parato giallino della parete anonima di fronte, e i peschi nel campo non erano più il teatro del paese di sogno dipinto da Carlo Dusi negli anni '50. Erano diventati una macchia rossa e bianca e poi "férmati", perché mentre la guardava già si scioglieva sulla parete come il burro sulla padella calda al fuoco, e scendeva d’un altro millimetro, "e férmati, no no no, férmati porca miseria", e a momenti veniva giù tutto.

"Non va bene".

78 anni portati bene, mai sposato, Bernardo aveva fatto la scelta di stare da solo. Fin quasi alla soglia dei sessant'anni aveva fatto piangere mezza Isernia, era stato lo scapolone impenitente figlio di buona famiglia, e poi lo zio generoso di tante ragazze da svezzare: la macchina sportiva, il patrimonio in banca... la miniera d'oro di quel padre orologiaio che aveva recuperato pendole del '700 rivendendole a peso d'oro ai ricconi del Nord, che loro a spremere le risorse dei meridionali c'erano abituati. S'era mangiato parecchio il Bernardo, quasi tutto quello che c'era.

Come quando si spezza una cornice e viene fuori un quadro, la vecchiaia gli aveva messo il giudizio dell'uomo che quasi non era più, e così aveva ripreso le ultime cose pregiate del negozio e aveva deciso di seguire le orme di famiglia, prendendoci molto gusto: quando un orologio va male c'è sempre un motivo individuabile, e una possibilità precisa, per quanto a volte difficile, di ripararlo.

Con le donne non era andata esattamente così: spesso il suo trasporto, talvolta con grande dolore quello di qualche sua fiamma toccata troppo da vicino, aveva dato fuoco e fondo a molte cose, aveva scottato ed era stato colpito e affondato, improvvisamente, senza capire perché l'amore d’un attimo diventa la noia d’un attimo dopo: "Deve succedere tutto nell'istante che separa un secondo dall'altro. C'è una pausa impercettibile tra uno scatto di lancetta e quello successivo, con gli occhi la cogliamo a malapena, ma se guardiamo con attenzione quell'istante può dilatarsi e diventare interminabile, e dentro può esserci di tutto, e fuori magari c'è una cassa a cerniera, e un quadrante di forma a numeri breguet. Bellissimo. Perfetto, la gente per vederlo prende appuntamento con 10 giorni di preavviso, ed è ancora rotto: pensa quando lo riparo".

Bernardo spostò l’oculare quel tanto che bastava per mettere la scena a fuoco con gli occhiali da vista: la macchia era ridiventata un quadro piuttosto bello, in bilico su una parete, sorretto sul bordo del precipizio da una colla degli anni '50 che ancora e chissà come teneva assieme le parti d’una cornice spezzata per metà. Doveva fare presto: con tutta la freddezza che il compito richiedeva, poggiò delicatamente l'oculare sulla scrivania, mentre con la mano sinistra teneva l'orologio.

Si fece coraggio e appoggiò con delicatezza d'angelo la cassa del Patek Philippe, aperta come il ventre di un paziente sotto operazione, cercando di non far ballare troppo le ruote minuscole degli ingranaggi d'oro, croce e delizia dei cesellatori e dei riparatori. Poi un secondo rumore, se possibile più sottile di quello della cornice, più sottile e soffiato, quasi un messaggio nell'orecchio.

Una vite poggiata sulla scrivania aveva fatto oscillare l'orologio quel tanto che bastava per far saltare due o tre meccanismi e forse l'intero lavoro: ma questo Bernardo non poteva saperlo, perché con l'aria soddisfatta di chi vince un imprevisto s’era già diretto verso la parete di fronte, a qualche passo, poi sempre più vicino... quasi a un tocco...

Toccò il lato destro del quadro, rinforzò l'abbraccio con l'altra mano e alla fine teneva il dipinto come si tiene un bambino in braccio per farlo volare... ci si aspetta la salvezza da mani sicure e gentili, può arrivare da qualunque direzione: "questione di istanti", pensò ancora un po’turbato Bernardo. Un intero paesaggio degli anni '50, un intero pomeriggio di primavera adesso era fuori pericolo: "Domani in mattinata finisco quel capolavoro e incollo di nuovo la cornice".

La storia si ferma qui, mentre Bernardo si gira e s’avvia a finire il suo lavoro, prima di scoprire il macello che ha combinato al suo Patek Philippe senza volerlo. La storia si ferma proprio qui, nel tempo che separa il muro di fronte dal tavolo di lavoro: nei passi che coprono la distanza c'è la felicità d’un uomo, nei passi e nel quadro che sfugge alle cornici e si versa fuori, portando la primavera su un parato giallino, e poi nel cuore di chi riceve, e infine nell'aria di tutti gli istanti che s’infilano tra le lancette, e sfuggono a tutti gli orologi.

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