la monografia - n. 7   Cartografie

l'editoriale

della redazione

cartografie

La scrittura è una cartografia che traduce in segno infiniti mondi e vite e noi. Le parole sono punti cardinali e coordinate che sorgono a definire l’orizzonte di ogni (im)pensabile realtà.
La parola-poesia è poiesis, è Creazione. In ogni cultura, la divinità primigenia fa esistere il mondo dicendolo. Esistere significa essere percepito, raccontato, cantato. I Poeti hanno tracciato un mondo di vie fatte di parole; l’uomo che ripercorre le vie cantando quelle stesse parole ricrea ogni volta la realtà.
Le parole intervengono nel mondo, lo modificano, ne deviano storia e inerzie. Anatema, scongiuro o formula poetica, la parola contiene un segreto, una malia che incide sulla realtà, la ridisegna, ne muta orientamento.
Le parole non dicono solo l’oggetto. Dicono anche chi dice, lo descrivono, lo fanno essere, ne rendono possibile la tridimensionalità, assegnandogli un luogo nell’orizzonte e disegnando scenari mentali e spazi sociali.
Per tramite delle scritture, a ogni istante tracciamo una particolare cartografia – di più, ne facciamo parte. Una cartografia cognitiva, fatta di senso, di opinione, di pregiudizio. Non è infatti possibile leggere il mondo, se non sovrapponendovi, come una pellicola, una cartografia che ne spieghi il significato, che lo renda plausibile.
Ogni vita consiste nella ridefinizione continua di una cartografia – è cartografia essa stessa, solcata da percorsi, da riferimenti, da rilevazioni altimetriche di sogni.
Le parole scontornano una cartografia del reale, tentando di domarne l’insensatezza. Al termine del viaggio, le parole-cartografia non solo rendono una rappresentazione del mondo, ma finiscono con l’essere, borgesianamente, il mondo stesso.
La parola è distanza, è misurazione. Occorrono distanze e spazi vuoti e prospettive per poter distinguere le parole, per poterle lanciare come sassi in cerca di bersaglio. E le distanze sono luoghi non ancora esplorati, sono l’hic sunt leones della nostra cartografia. Le parole non solo dicono, ma pre-dicono, descrivono quello che ancora non conosciamo, quello che, al confine tra materiale e immaginario, si ritrova nel possibile. Creano nuovi sensi geografici e di significato, e nuove terre e vite da esplorare, e tanto ci fanno differenti da noi stessi che chi intraprende il viaggio conosce solo le infinite destinazioni, ma non ricorda più – perché il ricordo è parola, e la parola è distanza - il luogo di sé da cui è partito. Alla fine di tutto, saranno ancora le parole a rendere conto del viaggio, a misurare la libertà: “Qui aimes-tu le mieux, homme énigmatique, dis? Ta patrie? J’ignore sous quelle latitude elle est situé”.

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