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no-place
di squonk
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Invece.
Dulles, Washington DC. Ci provano, a farti sentire in un non-luogo, un posto dove ognuno è a casa sua. Il lunghissimo e altissimo e larghissimo corridoio che divide il check-in dai gate: è una parata di bandiere, belle in ordine, con i colori vivaci. Argentina, Italia, Australia, Sudafrica. E stelle e strisce, certo. C’è tutto il mondo, in quel corridoio. Per un po’ puoi camminare con la testa rivolta verso il cielo, verso le grandi vetrate e le bandiere che cadono calme, cercando quella del tuo paese e sorridendo quando la trovi. Ma i luoghi hanno una loro forza, hanno il diritto-dovere di farsi vedere e riconoscere. Ti viene sete, o magari fame, così entri nel primo locale disponibile. E insomma, cosa c’è di più americano di un grande bancone sovrastato da quattro o cinque televisori, sintonizzati alcuni sul football universitario e altri sul basket? E hamburger e patatine e birra ghiacciata, e i pennants appesi alle pareti e la gente che ride e si batte il cinque per il touchdown?
Hartsfield, Atlanta. Il terzo hub degli Stati Uniti. Un luogo di transito per eccellenza. Un luogo nel quale, su cento passeggeri, settanta o ottanta non si fermano: passano. Un non-luogo, si direbbe. Eppure. Di Martin Luther King e di Rossella O’Hara (o Margaret Mitchell) non c’è traccia, nonostante siano i concittadini più illustri. Ma le Olimpiadi del 1996, e la Coca-Cola, quelle ti vengono incontro da ogni angolo di questo aeroporto. Questa è Atlanta: soldi, e bollicine. Altro che non-luogo: Hartsfield ti ricorda in ogni momento dove sei, e chi è il padrone di casa. Sei nel Luogo, o quantomeno in una sua dependance.
Di esempi così, ne potrei fare molti. Schiphol, Barajas, CDG, Heathrow, O’Hare, Fiumicino. Sembra che ogni luogo voglia affermare se stesso, voglia ricordare al mondo la sua esistenza con la forza invincibile della storia e del desiderio di far uscire qualche banconota dalle tasche del viaggiatore.
A proposito, infatti. Il viaggiatore. Due parole bisognerà pur spenderle, su questo individuo. Anche in questo caso, uno immagina di incontrare milioni di persone tutte uguali, che vestono tutte gli stessi loghi della modernità e del marketing occidentale, che parlano tutte lo stesso inglese più o meno raffazzonato, che si divertono tutte allo stesso modo guardando Spiderman mentre un quadrireattore le porta dall’altra parte dell’oceano.
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Invece.
Invece hai la sessantacinquenne che lascia la Sicilia, transita avventurosamente per Milano, e va a Chicago con gli occhi pieni di stupore e terrore per incontrare una figlia o un nipote; indossa una camicetta che ha comprato dall’ambulante che passa nel suo paese una volta alla settimana con un furgone carico come la carovana di Marco Polo, e ti vorrebbe abbracciare quando ti offri di aiutarla a compilare il modulo che le chiede se ha mai partecipato all’Olocausto.
Invece hai la famiglia egiziana che ritorna a Francoforte, e sono ancora tutti vestiti di bianco così i loro capelli ricci risaltano ancor meglio, e il loro check-in dura venti minuti perché portano in Germania la loro vita intera (la vita di due genitori e due figli piccoli pesa centosessantacinque chili, per la cronaca).
Invece hai la ventenne che ha fatto le sue comparsate in televisione, ha un sito tutto suo, e ti fa pensare che otto ore di aereo non lasceranno su quel volto nemmeno un decimo dell’abbrutimento che prenderà possesso su di te.
Invece hai il trentenne di Birmingham che cammina lungo i corridoi di Fiumicino e si ferma, prima stupito e poi ammirato, a guardare l’enoteca, i calici di Dolcetto e gli assaggi di finocchiona, e chissà se in quel momento gli fanno più terrore i prezzi che legge sulla carta dei vini o la mancanza del suo pub.
Invece hai il venditore di sistemi informatici che è nato a Brooklyn, vive in Florida e sta andando in California, ed è la quintessenza dell’americanità, con la sua cordialità impenetrabile, i suoi venti chili di troppo, le sue scarpe tozze e comode e la pietra del suo anello grossa come una nocciola della Ferrero.
Insomma, trovi una parata di clichè che ti fanno capire che i luoghi comuni sono tali perché, spesso, sono veri – e questo non è certo un male. Pensi che la globalizzazione ci porta in ogni dove, certo; pensi che ti fanno credere di essere cittadino del mondo, ti dicono che qualsiasi città è casa tua: sarà, ma ogni volta, anche se è casa tua, devi bussare e chiedere permesso. E forse è giusto così.
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