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invenzioni
di manginobrioches
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C’ho un collega che fa l’inventore.
A un certo punto lui si guarda attorno, si frega le mani e tira fuori cose. Cose incredibili.
Si chiama Filippo, ha pochi capelli e qualcosa d’infantile distribuito in modo irregolare. In effetti sembra una persona invecchiata di colpo durante l’infanzia, con una serie di trincee e palizzate drizzate malamente, sacchi di sabbia, capelli affaticati, gli occhi pieni di veli e acqua celeste.
Ma ci sono momenti in cui tutto questo sparisce.
Quando mi mostra la nuova invenzione, per esempio.
Oggi ha tirato fuori un globo di vetro, che conteneva come un fumo nero, un buio profondo, concavo, stellare. Poi mi sono accorta che le stelle c’erano davvero, punti luminosi appena percepibili. E tutto palpitava, come una palpebra o l’universo.
M’è sembrato bellissimo. Tanto che non gli ho nemmeno chiesto a cosa servisse. Serviva a guardare l’universo e provare a tenerlo nel palmo della mano, è ovvio.
No, invece no.
“È un cercapersone” m’ha detto. La sua voce è cambiata, e tutto il resto: è in quei momenti che Filippo diventa una creatura snella e brillante, con tutti i capelli e gli occhi d’un azzurro inequivocabile.
“Quali persone?” gli ho chiesto.
“Tutte le persone” ha risposto, senza staccare gli occhi dal globo.
“E come si fa?” gli ho detto.
“Ciascuno di noi è un punto” ha detto lui, assorto, il buio che palpitava nella sua mano.
Io non ho replicato, ma ho pensato, scettica e forte, che le persone non sono luoghi.
Lui, che m’aveva sentita, m’ha risposto deciso: “Le persone sono luoghi. Meridiani e paralleli sono nomi e desideri, e ciascuno di noi è un punto preciso d’un reticolo di nomi e desideri, spazio e ricordi, tempo e intenzioni. Vuoi vedere?”.
Altroché se volevo vedere.
“Cerchiamo mia figlia”, m’ha fatto. Sua figlia ha diciassette anni ed è dura come un diamante. Lui la vede di tanto in tanto, e lei non lo guarda nemmeno in faccia. Filippo ha scritto col dito il nome sul globo, forse tremando appena, e il buio ha cominciato ad animarsi, a scorrere, mentre il nome – penso – volava come una freccia attraverso la galassia, scartando i sistemi solari, attraversando gli ammassi di stelle, cercando la Terra che è sempre lì, bellissima, gassosa e azzurra.
Poi il globo è diventato la Terra, che scorreva anche lei velocissima sotto il vetro, ed era anche marrone bianca e verde. Girava su se stessa, e la riconoscevo pezzo per pezzo: la punta rovesciata dell’India, l’istmo in cui combaciano le Americhe, gli occhi dei Grandi Laghi, l’Alaska come una bandiera tutta da un lato, il teschio gigantesco dell’Africa e poi il Mediterraneo che è un Van Gogh con l’orecchio tagliato.
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E il nome viaggiava come una linea d’oro, e la Terra s’avvicinava, ora era l’Italia lunga lunga, con la sua scarpa firmata. E ci avvicinavamo ancora e i bordi s’allontanavano e scomparivano, e a un certo punto eravamo sul triangolo pieno della Sicilia, e poi sulla punta a capo di passero, e sullo Stretto dove si vedeva netta la frattura tra le terre ma non si percepiva la faglia sottomarina che ribolle profonda, la bocca socchiusa d’un mostro.
E poi non abbiamo capito più niente, solo il globo che girava e noi che sprofondavamo dall’alto dentro la terra, che era vertiginosamente verde e marrone e s’avvicinava senza scampo, sollevando verso di noi strade piazze e punte d’edifici e antenne che ci finivano negli occhi. Tanto che io mi chiedevo come si fa, ad avvicinarsi davvero, e se è solo da molto lontano che i luoghi si riconoscono, e si possono amare, e quando ci si va dritti in mezzo sono solo vista corta e una confusione di linee che soffoca.
E nel globo ora c’era una strada, e una ragazza di spalle che camminava veloce. Alta, bruna, coi fianchi determinati.
“È lei” ha sussurrato Filippo, una nota umida nella voce.
Lei, come se l’avesse sentito, s’è voltata. Il suo viso di mandorla ha riempito tutto il globo, e lentiggini minutissime erano in luogo delle stelle, e dentro lo sguardo – che era carbonella, inchiostri e velluto – s’intuiva ch’avremmo trovato un buio altrettanto profondo, cosmico e interminabile. S’è addolcita per un attimo, senza capire cosa stesse guardando. Certo non vedeva noi due curvi sulla scrivania, oltre il vetro, soprattutto non vedeva Filippo, appeso a un amore tutto sbilanciato, e nemmeno il suo proprio nome a lettere luccicanti sospeso a mezz’aria. Ha sorriso da un lato, infinitamente bella, morbida come Filippo non la vede mai, ha fatto un gesto con la mano, una carezza nell’aria, poi s’è voltata e ha ricominciato la sua corsa, come una freccia d’oro a schivare le stelle.
Tanto che io mi chiedevo come si fa, ad avvicinarsi davvero, e se è solo da molto lontano che le persone si conoscono, e si possono amare, e quando ci si va dritti accanto sono solo una confusione di gesti e parole che soffoca.
Filippo ha inciampato nella voce, chiedendomi “E tu, vuoi cercare qualcuno?”.
“No, no” mi sono scostata, mandando giù un boccone di paura.
Filippo m’ha guardata e ha sospirato: “Hai ragione. Domani lo rompo”.
Ho annuito, e sono tornata al mio posto. Non ci siamo più parlati per tutto il giorno.
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