la monografia - n. 7   Cartografie

topografie della marginalità

di g

La via dei passi storti

La via dei passi storti non è molto distante dalla stazione centrale. Sì e no un isolato. È costretta tra due enormi muri di cemento: palazzi senza finestre. Non è più lunga di una trentina di metri. Nulla più di un vicolo. È inguainata tra due file di auto disposte disordinatamente in entrambi i sensi di marcia. Sempre le stesse: non si vede mai nessuno accostarsi a una di loro con l’aria del proprietario. Nessuno le sposta o le lascia lì. Semplicemente ci sono.
Non ci sono passanti, invece. È priva di negozi o altro. Non ci sono automobilisti. Non conduce in nessun posto che non si possa raggiungere tramite uno dei larghi corsi che le si stendono paralleli. È talmente insignificante che nessun guidatore ne ricorderebbe il senso di marcia.
Non ci si capita che per caso. Io passo lì vicino di ritorno dalle lezioni. Il panettiere dal quale prendo la pizza o la focaccia con cui pranzo è sul corso che la recide a un’estremità. Dall’incrocio lancio sempre lo sguardo fino in fondo al vicolo. Lo vedo svolgersi per i suoi pochi metri scuri e morire nel corso che ne segna il limite all’estremità opposta.
Sarebbe sempre deserta se non fosse per Totonno e i suoi amici.
In piedi, poggiato a una saracinesca – unico elemento di discontinuità nella liscia compattezza dei due muri – e con le mani in tasca, sta Totonno.
In realtà, neanche lui ci passa molto tempo laggiù. O, almeno, a me non capita di vederlo spesso. Ma quando c’è, ci sono anche i suoi amici. La via dei passi storti non sembra comunque accorgersi di quelle singolari presenze animate e conserva la sua aria tetra e d’abbandono.
Io invece le noto e ogni volta m’invento un pretesto per fermarmi a guardarle senza dare nell’occhio.
Non ha più di trent’anni, Totonno. Capelli scuri, pelle olivastra punteggiata di barba non fatta. Sembra di statura media, ma non ne sono sicuro dato che sta sempre pesantemente poggiato al muro. Il nome non so se è giusto. Gliel’ho dato io. È lo stesso del mio uomonero.
In genere, Totonno è lì, immobile, col capo coperto da un cappellino da baseball chinato a contemplare la punta delle scarpe. Di tanto in tanto lancia fugaci sguardi agli angoli dell’isolato. Poi arriva qualcuno dei suoi. Comincia a far cenni di saluto appena imbocca il vicolo. Totonno fa finta di non vederli e comunque non ricambia. Una volta di fronte, senza guardarsi negli occhi, si stringono la mano. Totonno, nel ritirare la sua, la chiude a pugno e si batte il petto nel punto del cuore. Poi si scambiano qualche parola. Ancora un contatto. Rapido e misurato. Un cenno col capo e si separano. Gli amici di Totonno gli si avvicinano e si allontanano da lui con un’andatura caracollante. Pare mettano in fila i passi un po’ a casaccio disegnando traiettorie irregolari. È per questo che la chiamo la via dei passi storti.

L’angolo della madama diurna

Due isolati più in la della via dei passi storti c’è il viale che costeggia la stazione ferroviaria. Su un lato un lunghissimo porticato. Marciapiede uniformemente grigio e mura ferroviarie sull’altro. Sotto il portico ci sono caffè, tabaccaio, edicola, bancomat, negozio di abbigliamento, poste, cinema a luci rosse, angolo della madama diurna.
Non ci si accorge con immediatezza della madama diurna. È una signora di cinquantacinque anni almeno. Bassa, tarchiata, con lunghi capelli gialli e due fori perfettamente rotondi al posto degli occhi. Indossa un paltò con collo di pelliccia, lungo fino ai piedi. Sul volto risalta la macchia scarlatta delle labbra pittate. In piedi, riparata dal pilastro di un arco del portico, pianta gli occhi su ogni passante sostenendone lo sguardo e indovinandone le intenzioni. Ha un’espressione a metà tra la preoccupazione e l’implorazione. Ho capito che era una madama dopo molto tempo: quando mi sono accorto di riconoscerla e ho realizzato che stava sempre lì intorno all’ora di pranzo.
D’altro canto, a guardarla senza malizia si potrebbe pensare che stia lì per un appuntamento, in attesa di qualcuno che tarda, un po’ spaesata.

Da come stringe l’enorme borsa nera al corpo si potrebbe ritenere timorosa di un’aggressione da parte di qualcuno.
Ma non è sempre questa l’impressione che dà. Ci sono volte in cui ha un’espressione sicura e priva di disagio. Domina con disinvoltura il recinto di passi in cui è costretta, tradisce il suo sentirsi parte integrante e quindi irrinunciabile dell’arredo urbano. Sembra quasi controllare che nulla di irregolare capiti lì intorno a turbare la sua dedizione al lavoro.
Di tanto in tanto c’è un’altra madama con lei. Di qualche anno più giovane con una permanente corvina e il volto maldestramente e vistosamente colorato. Veste di nero e indossa gonne corte e tacchi. L’una di fronte all’altra sotto l’arco, chiacchierano. Tuttavia, la madama mora non riesce a preservare l’imperturbabile immobilità dell’altra e si concede piccoli passi sul posto per sgranchirsi. Nessuna delle due rivolge la parola ai passanti. Anzi quella più giovane neanche li interroga con lo sguardo. Sembra quasi una civetteria, un’ostentazione della supposta superiorità rispetto all’altra: da lei vanno senza bisogno di pregarli.
Magari è vero. Ed è forse per questo motivo che non si vede così spesso lì. Ma questo basta a rendermela vagamente antipatica.

Ottavio

Ma forse la mia avversione per la madama mora è dovuta anche al fatto che Ottavio dà più retta a lei che alla madama diurna. E questa sembra risentirne un po’.
Ottavio è un pensionato che spende gran parte del tempo che trascorre fuori casa a distribuire volantini sotto i portici.
Casa del divano: prezzi incredibili per cessione attività; Stock Grandimarche svende causa fallimento; Elisir Tappeti chiude – Persiani a prezzi di realizzo…
Insomma, Ottavio è uno spacciatore di pubblicità in forma di necrologi commerciali. Lo fa per arrotondare la magra pensione. Ha scelto quel portico anziché l’ingresso principale della stazione perché le persone corrono meno lì sotto. È come se stesse a casa: conosce tutti gli esercenti, le madame e anche qualche passante abituale. Come me, ad esempio.
Avevo già imparato a riconoscerlo quando mi ha abbordato. “Mi scusi, giovanotto”, mi ha apostrofato da pochi centimetri. “Mi aiuti a leggere qui”, mi ha imposto spingendomi un volantino particolarmente gualcito sotto al naso. Ho afferrato la carta per poterla allontanare un po’ dagli occhi e mi sono prodotto in una lettura rapida e completa. “Ah, si tratta di scarpe questa volta.”, ha commentato quasi deluso. “Sa com’è, mi piace sapere quello che do in giro. In genere i fogli hanno scritte grandi e posso leggerle nonostante gli occhi non mi funzionino bene”. Ha sottolineato il concetto spingendosi gli occhiali dalla montatura pesante e le graffiate lenti bifocali su per il minuscolo naso. “Questo, invece, ha scritte troppo piccole. E si, è proprio strano questo. Non trova, giovanotto? Pensavo ci fosse scritto qualcosa di serio. E invece solo… scarpe”. “Le scarpe sono una cosa seria”, ho detto senza motivo. “Per carità! Le scarpe!? Giovanotto, lei vuol prendersi gioco di me! Le scarpe una cosa seria… Grazie dell’aiuto. Arrivederci!”. Mi ha voltato le spalle e ha cominciato ad allontanarsi. Ho ripreso il mio cammino senza riuscire a nascondere del tutto un sorriso spontaneo e forse inopportuno. Non avevo percorso che pochi metri quando me lo sono sentito arrivare da dietro trafelato: “Giovanotto… giovanotto senta. Mi scusi, non volevo aggredirla. Ma mi è parso volesse prendersi gioco di me”, ha detto compitamente. Ho tentato di rassicurarlo sul fatto che non mi ritenessi offeso. Non aspettava altro: si è presentato, mi ha spiegato perché si trovasse lì. “Ma anche il suo volto non sembra sconosciuto…” e così via.
Però, quando c’era la madama mora Ottavio passava tutto il tempo a discorrere con lei dimenticando di distribuire i volantini. Il mio rivolgergli il saluto quasi lo infastidiva. Doveva aver perduto la testa.

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