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così la fine
di mary, scribacchina
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Lei
Di notte vado lentamente con il mio motorino sulla tangenziale, in quel settore in cui è vietato circolare. Qualche volta una luce si è accesa nelle case le cui finestre aprono direttamente sul guardrail, lì dove davvero la strada tocca impudentemente vite segrete, movimenti privati; qualche volta qualcuno si è affacciato, d'estate, e mi ha chiamato. Ma le piante scarse, le grate, gli stendipanni grigi sono segni di un grande rancore che mi sfiora ogni volta, che circonda la strada di spine e mi fa fuggire. La mia ombra, ingrandita nel rosso delle coperture laterali, spezzettata sui bulloni lucidi a gruppi di venti, finisce nelle profondità aperte nel cemento, nel punto in cui le due corsie dei grandi curvoni parabolici si aprono – lì dormono i colombi – e prende possesso di spazi che sono gioco ma anche terra di nessuno. Resto per un po’ nella microscopica area di servizio dove si fermano gli incidentati, e bevo un vento che vive tra i piloni, mentre guardo i treni che passano sotto: paesi lontani, città sconosciute, notti uguali il cui sottofondo è il rumore dello spazio tra i binari.
La tangenziale, di notte, è una scogliera. Sento infrangersi contro le grida della città, e le mie: il suo asfalto nero assorbe ogni soffio. Sola, cullata dalle grandi curve, dalle corsie che si alzano e si abbassano fino ad unirsi come lunghe braccia che sembra finiscano un gesto aggraziato, lascio i miei pensieri liberarsi e riflettersi.
Non è per caso se tutti i giorni parto per consegnare pacchetti e lettere costeggiando l’acquedotto, una vecchia, aerea, ondulata strada di acqua. Non fu per caso, credo, che quando mi toccò portare un altro pacco – che era per te – fossi allegra e non sapessi perché. Lo misi dentro il giubbotto, un grosso rettangolo massiccio.
- L’indirizzo?
- Devi consegnarlo al guidatore di una Passat blu, sulla tangenziale. L’appuntamento è alle 10, all’inizio della curva dopo la biforcazione. Lui abbassa il finestrino e tu glielo lanci dentro. Ha pagato il doppio. Ecco la targa. – e il principale sparì nel magazzino senza guardarmi, ignorando la mia immobilità che stava per scoppiare in ribellione.
Avevo fatto altre consegne ben più strane, in alberghi scuri, in case sotterranee, in mezzo alle campagne assolate. Ma no, non sulla mia tangenziale. Trovai ed affiancai riluttante la Passat, pronta allo scatto. Il guidatore, nascosto sotto grandi occhialoni, mi guardò a lungo e poi filò via, senza che potessi raggiungerlo. Il giorno dopo non portava più gli occhiali, e mi sorrideva dagli occhi scuri in un modo che avevo visto mille volte nello specchio. Quasi frenai, quasi sbandai; ma lui, tu, non abbassavi il finestrino. Io mi tenevo al manubrio con la destra e avevo la lampo del giubbotto quasi completamente aperta; la mano sosteneva l’involto, ero pronta, i lampioni sparivano dietro il motorino come steli strappati. Ma scappavi, ancora.
Durò tre giorni. Quel sorriso mi diventò ossessione. Volevo parlarti, dirti che... Per qualche metro giravamo assieme, senza fare niente, e la tangenziale ci lanciava nei suoi nastri, aspettando. Poi, una mattina in cui stavo per togliermi il casco e gridarti qualcosa, hai messo giù il vetro, serio, e io nel tirar fuori il pacco ho strappato la carta con la lampo. Era denaro, biglietti da 100. L’ho buttato sul sedile e dato gas, tanto, tanto.
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Lui
Nel torpore delle mattine in cui torno a casa dopo una notte passata a giocare (e qualche volta a perdere), la sopraelevata mi coglie sempre di sorpresa, uscendo minacciosamente dall’oscurità del quartiere che sovrasta e dentro al quale passa come una pugnalata. Le case vicine sembrano volersi staccare dalle fondamenta, schiacciare i suoi profili affilati che la mancanza di sonno mi rende intollerabili. Non voglio tornare a casa, no. Vorrei aprire l'agenda e fare un po' di numeri di telefono; ma nessuno dividerebbe con me più di dieci minuti, adesso. Sono diventato indipendente da me stesso, completamente senza sentimenti, e suppongo che agli altri una persona quasi priva di emozioni possa fare comodo per certi lavoretti veloci e silenti, ma nulla più. Mentre arrivo al portone il sole disegna spirali e scie d’acciaio, ombra e desiderio di percorsi, e comincia a risalire la facciata dell’ex-pastificio lisciandola di celeste, fino alla mia finestra: cielo prima del cielo.
Una di quelle mattine ti avevo vista, mentre lasciavi lentamente la tangenziale. Uscivi dalla strada domata, che risplendeva sotto una frustata di sole. Dritta sul motorino, ti sei fermata a parlare con un ragazzo: un piccoletto sveglio, maglietta nera e tatuaggio sul bicipite. Gli hai sorriso, e in quel sorriso c'era il mio sorriso. La giacca imbottita aveva una scritta. Cercai nelle pagine gialle. Un piccolo ufficio lì vicino.
Cosa avevo pensato, vedendoti altre volte risalire le lunghe rampe mentre uno squarcio di sole seguiva soltanto te? Conoscerti, volevo, là dove non sorridevi come me. Non so, non so… sì, so cosa volevo, in questa stanza dove ti ho amata, o direi (forse?), bruciata. Studiavo i tuoi movimenti, che sembrano un continuo riprendere le fila di un gesto o di un pensiero del quale si ha una profonda paura. E cercavo quel momento in cui forse mi avresti toccato, in cui mi sarei definitivamente perso; non lo cerchiamo tutti, in una donna? Sorridevi per te; anche questa mattina, mentre dormivo, mentre lasciavi un biglietto con scritto “Ti voglio bene. Addio”, mentre andavi via.
La città si è aperta di colpo quando ho acceso la macchina. Tra i pilastri, sotto l’asfalto nero, un grande Pollock sfuocato di strade e di binari tentacolari si agita e fluttua in un silenzio solido che lo stridore dei miei pneumatici rende disperato. E penso che la vorrei così, così la fine: una galleria con sopra una luce ininterrotta, una strada che va, va senza sentimenti, portandomi in un curvo, ondulatorio infinito.
- Pulisco il vetro, signore?
Quanto è bella, questa zingara. E’ vestita d’autunno; il tutto molto attillato, la gonna lunga come una chioma rovesciata, i capelli ramati. Si stacca dal mio parabrezza, perché qualcuno suona il clacson dietro di me, e sorride. Guardo nello specchietto: il tuo giubbotto è lucente, la tua bocca così fresca… La conosci, forse, che sorridi anche a lei? Ti chini a baciarmi, appoggiata al finestrino aperto. Il semaforo, amore mio, amore mio; verde.
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