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se proprio dobbiamo parlare, per essere rosso è rosso
di flounder
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Come fu e come non fu, la notizia si sparse e invase l’intero paese, di bocca in orecchio entrò in tutti i cortili e lì si stabilì con arroganza e indecenza, accolta con un sorriso sardonico in alcuni ambienti, con ineffabile stupore in altri e come il morto in casa nelle stanze di Tonino Fusco.
Sua figlia, Teresa Fusco di anni ventisette, illibata, aveva le stimmate.
Erano comparse senza preavviso, una mattina dopo che era tornata dal mercato, che in un primo momento si era lavata pure con la varechina, ma non cambiava niente.
Solo sulle mani, ma sanguinavano copiosamente. Un po’ più il venerdì, un po’ meno il lunedì.
Chi le aveva viste, e al momento erano solo in pochi oltre i familiari stretti, diceva che non c’era trucco né inganno. Che sollevando le palme verso la luce della candela era immediata la trasparenza, in quel punto la carne s'assottigliava e c’era un forellino che ci si poteva far passare una matita dentro.
Una matita? Mo’ non esageriamo, al massimo uno stuzzicadenti.
No, no, ma che stuzzicadente. Vuje ce putite fa’ trasi’ ‘ na matita sana sana.
E vedi tu se queste cose non succedono sempre nei momenti più impensati.
Perché le disgrazie sono inopportune, ma certe sono più inopportune delle altre, soprattutto sotto le elezioni.
Così quella sera Tonino Fusco si presentò alla sezione mogio mogio, con lo sguardo basso.
I compagni nemmeno lo accolsero con lo scherzo o le solite pacche sulla schiena. Si erano schierati in fila e uno solo ebbe il coraggio di dire: chi tiene lo sguardo basso nun more acciso.
Ma subito l’altro con una guardata gli fece cenno di stare zitto, che con questi fatti c’era poco da scherzare.
Toni’, gli disse, voi capirete che con questo scherzetto ci siamo giocati tutta la contrada Santella e se non corriamo ai ripari in due o tre giorni ci perdiamo pure la famiglia Foglia. Quella non è una famiglia, Toni’, chella è ‘na tribù. Se ce li perdiamo siamo fottuti e se ne parla fra anni.
Intervenne un altro, con voce ancora più greve. E sotto sotto si coglieva anche un tono un poco minaccioso, ma poco, perché in fondo sempre compagni erano. Che disse: e col matrimonio di Giovanna come la mettete?
Giovanna era l’altra figlia, di ventitré anni, che subito dopo le elezioni sarebbe andata in sposa a Ernesto Santaniello, anni ventotto, professione ragioniere. Ma ancor più che per la professione, era il figlio di Ciro Santaniello, favorito a sindaco dalla giunta compatta, arrassusìa se avessero vinto le elezioni.
Che quando se n'era andata la buonanima di Concetta, la madre di Ciro, manco quel giorno lui l’aveva voluto il prete in casa, che era di malaugurio. E si erano partiti dal paese per andare a finire verso Firenze, dove i morti già li cremavano.
Poi il prete la domenica seguente aveva detto qualcosa dall’altare, a Ciro glielo avevano riferito, qualcosa sul giorno del Giudizio, quando i morti sarebbero risorti e donna Concetta sarebbe rimasta polvere, lei sola in tutto il paese, per l’egoismo e la barbarie del suo unico figlio. Sconsacrato e senza cuore. E Ciro manco p’a capa, la religione è l’oppio dei popoli e voi fatevi i cazzi vostri, così aveva risposto.
Tonino si sentì avvilito.
E allora si risolse ad andare direttamente alla casa del consuocero e parlargliene in faccia, che certe cose vanno affrontate con onore, da uomo a uomo.
La notizia era arrivata pure in casa di Ciro Santaniello, che da un paio di giorni bestemmiava e già si era rivolto al figlio: Erne’, ma tu sì sicuro? È la donna che fa per te?
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Ma con Ernesto non c’erano ragioni, lui di Giovanna si era innamorato ai tempi della scuola e un’altra bella così non la trovava. Perché Giovanna era bellissima, no come Teresa che non si poteva guardare. Che però era tanto buona, così dicevano in paese.
Toni’, propose Ciro a mezza voce, che tanto qualunque cosa avesse detto era quella giusta, perché lui in paese era un’autorità e non solo per la storia dei partigiani. Teneva un carisma che quando parlava si fermavano pure le mosche.
Toni’, ma voi l’avete portata da un medico, uno di questi moderni? ‘Nu pissichiatra, per capirci. Perché tante volte è un fatto nervoso, cercate di intendermi. Se voi non vi offendete, io tengo un cugino a Roma in ospedale. Vi faccio accompagnare io, così in paese non se ne viene a sapere niente e non ci stanno scandali e male lingue.
Tonino si ritirò a casa con la morte nel cuore, che ‘sta figlia gli dava problemi fin da quand’era piccerella. Aveva cominciato a dodici anni con la bava alla bocca e quando si ricomponeva diceva che aveva incontrato il Padreterno e santa Filomena. Però alla messa non ci andava, no, almeno questo.
A volte pareva un’invasata, pigliava la penna e scriveva su certi bigliettini cose che non si capivano, certi segni strani, e quando aveva finito si accasciava stremata, con il sudore che le macchiava gli abiti e dopo teneva una fame che ci voleva la mano di Dio per acquietarla.
Tonino parlò con la moglie e tra le lacrime la convinse a partire per Roma.
Lo psichiatra la visitò, le azzeccò gli elettrodi sulla testa, le dette martellate sui gomiti e le ginocchia, le fece vedere dei disegni prima dritti e poi sottosopra, la fece camminare avanti e indietro anche con gli occhi chiusi. E nel frattempo scriveva, scriveva.
Poi chiamò Tonino e la moglie e spiegò: vostra figlia ha il male del secolo. Io vi posso dare delle medicine, ma poi è compito vostro, voi le dovete trovare marito. La ragazza è isterica, ha delle fantasie, se non si sposa va incontro a una brutta vecchiaia.
Per il disturbo si prese ventimila lire e disse: sto a vostra disposizione.
Tonino tornò al paese più sconsolato di prima. Non era tanto per le ventimila lire, che quelle rientravano facilmente, con un poco di sacrificio, e non fa niente che c’era il matrimonio di Giovanna.
Ma perché sotto le elezioni non si potevano tenere tanti pensieri.
La sera stessa andò a bussare un’altra volta al portone del consuocero e gli spiegò il fatto del dottore. E aggiunse pure che lui la figlia era disposto a sacrificarla per il bene del partito, che la faceva sposare con qualunque fittavolo, basta che la storia finiva.
Ma la notizia si muoveva, si pasceva e cresceva di giorno in giorno, si arricchiva di bocca in orecchio e alla fine la gente veniva a vedere le mani che sanguinavano. E si portavano a casa i guanti macchiati, i fazzoletti intrisi, qualunque cosa che potesse essere trasformata in reliquia.
Fino a che Raffaele disse: ci penso io.
Organizzò il comizio proprio davanti alla corte di Tonino Fusco.
Poi cominciò così: se proprio dobbiamo parlare, per essere rosso è rosso, lo vedete pure voi.
E già la gente gridava al miracolo e un pochino pure alla Rivoluzione.
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