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il testimone
(rubrica raminga di libri e di persone)
ospite: giuseppe granieri |
Filologia del problem solving. Ovvero: nebbia a Linate.
Qualche volta arrivava uno straniero, qualcuno che scivolava tra le auto arrivando dall’altra parte della strada o dalle file esterne di destra, e portava qualche notizia probabilmente falsa ripetuta da macchina a macchina lungo caldi chilometri. Lo straniero assaporava il successo delle sue novità, i colpi delle portiere quando i passeggeri si precipitavano per commentare l’accaduto, ma in capo ad un istante si sentiva qualche clacson o lo strappo di un motore, e lo straniero se ne andava di corsa, zigzagando tra le auto per reintegrarsi alla sua e non rimanere esposto alla giusta collera degli altri. Così nel corso del pomeriggio si era saputo dello scontro di una Floride con una Due Cavalli vicino a Corbeil, tre morti e un bambino ferito, il doppio scontro di una Fiat 1500 con un furgone Renault che era andato a schiantarsi contro un’Austin piena di turisti inglesi, il ribaltamento di un torpedone di Orly zeppo di passeggeri provenienti dall’aereo di Copenaghen.
[Julio Cortazar, L’autostrada del Sud]
Chiamiamolo pure Nodo. Era un ragazzotto che aveva negli occhi la meraviglia di un bambino in continuo stupore di fronte alle cose del mondo. Vestito da manager, atteggiato da manager, riuscivi a guardarlo in faccia solo dopo aver scavalcato la sua cravatta celeste, annodata in modo che tra le pieghe del tessuto (proprio lì sotto il colletto della camicia) potessero viverci comodamente sei o sette immigrati cingalesi, che dovevano aver occupato abusivamente tutto quello spazio.
Nodo era accanto a me nella coda ed entrambi ingannavamo la noia ascoltando i discorsi di una ragazza napoletana e del suo amico dall’accento straniero che a me pareva israeliano, ma non ho prove. I due, che il destino aveva collocato dietro di noi, si lamentavano di non aver avuto alcuna stock optino nonostante il grande impegno di lavoro che era stato richiesto loro a gennaio. Col passare del tempo hanno dibattuto sulla villa a Ischia dell’Israeliano, che possiede solo per tre mesi e che dividono in quattro tra luglio ed agosto. Non so se concordare con la Napoletana sul fatto che Ischia non è Capri (al di là dell’evidenza geofisica, naturalmente) ma posso giurare che Israeliano le parolacce italiane le conosce tutte.
Nell’ultima mezz’ora ci siamo mossi appena di un paio di metri. La serpentina è regolata da paletti di plastica tenuti insieme da nastro di plastica. Il percorso è disegnato per mantenere la coda nel minimo spazio possibile, così siamo praticamente gomito a gomito con le persone in coda dieci metri più avanti, che seguono la linea ideale da destra verso sinistra, mentre noi siamo ancora nel tratto da sinistra verso destra. Tendiamo l’orecchio. Un ragazzo ha lasciato l’amica in coda ed è andato non so dove, tornando con delle notizie.
«Da qui non parte più nulla»
«Eh?»
«Ci portano a Bergamo col pullmino, partiamo da lì»
Con un gesto sincronizzato alla propagazione del passaparola, decine di persone frugano in tasca alla ricerca del cellulare per avvisare i propri cari. Potresti seguire la diffusione della novità guardando estrarre i telefoni tra la folla. Un paio di persone davanti a me, un ragazzo col gusto del tragico esordisce così: «Cara, ti ho chiamato per darti una brutta notizia». La faccia ha un’espressione che Cara non può vedere, ma che è perfettamente in linea col tono della voce. Più sobrio un uomo molto elegante che chiameremo Bari (poiché in seguito ne scoprirò la provenienza) e che è l’unico a non prendere il telefono ed a limitarsi ad un sospiro. Nel corso dell’intera avventura avrà un solo momento di reazione, girandosi improvvisamente verso di me e dicendo: «Guardi, a costo di sembrarle populista, devo dirle che certe cose accadono troppo spesso, che non sono affatto episodiche».
Il tempo passa e i monitor continuano a mostrare solo il logo della compagnia aerea. Circolano ipotesi («Si decolla ma non si atterra» «Si atterra ma non si decolla» «Non si decolla e non si atterra») ma non c’è nessuna notizia. Il mio aereo doveva partire alle 18:30 ed io alle 19:00 sono a una decina di persone dai banchi del Check In. Katia, la segretaria di Nodo, ci informa indirettamente con le notizie del sito web della Compagnia. Il volo è stato cancellato, no è stato ritardato, ora appare come atterrato. Su domanda di Nodo sappiamo che il primo treno utile, nel caso volessimo rinunciare all’aereo, è alle 22.00. Non sentiamo Katia, teoricamente non ascoltiamo neanche la conversazione di Nodo al telefono, ma lui è molto attento al suo ruolo sociale e ripete le parole della segretaria, in modo che tutti possiamo disporre dell’intera conversazione.
Ci avviciniamo al nostro turno. Nodo ripone il cellulare e mi guarda.
«Chi era prima, tu o io?»
«Non fa molta differenza, direi»
«Magari c’è un solo aereo. Vanno a riempimento e io sono l’ultimo. Poi ti tocca aspettare tre ore»
«In tal caso verrò a cercarti sotto casa per vendicarmi.»
Lo lascio passare. Quando finalmente arrivo al mio turno, verso le 19:30, vengo imbarcato sull’aereo delle 17.35. La ragazza al banco è dell’Est europeo, molto serena e tranquilla.
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«Ce la facciamo a partire?»
«Non so. Vuole che guardi nella mia sfera di cristallo?»
«Non sarebbe male»
«Gate 2, faccia in fretta»
«Ma quando partiamo?»
«La mia sfera di cristallo non lo dice»
«Capisco. Sa dirmi se partiamo in aereo o se c’è il pullman ad aspettarci?»
Lei mi guarda come se avessi appena confessato di non conoscere Bruno Vespa.
«Pullman. Si sbrighi che è già lì»
Durante la corsa verso il gate, tra la folla, intravvedo Nodo. È vagamente nel pallone, non sa dove andare. Gli passo accanto e gli sussurro: «Superato. Ora rimani a terra tu».
L’imbarco sul pullman è «come se» fosse l’aereo. Il mio volo delle 17:35, noto sul tagliando, è del 20 gennaio 1800. Il tempo non ha più senso, nemmeno mentre aspettiamo un’ora la polizia aeroportuale che sigilla (con pezzi di nastro adesivo) i portabagagli degli autobus. Finalmente partiamo, certi che saremo depositati sotto l’aereo e che si partirà subito. L’autobus è un forno a microonde, ti cuoce dall’interno. Appena i passeggeri rimasti svegli cominciano a vedere le indicazioni per Orio al Serio, viene accesa l’aria condizionata. Fa più rumore il mormorio di venti persone che sospirano un «Era ora!»
A sorpresa ci scaricano davanti all’ingresso principale dell’aereoporto. Non so bene quanti pullman fossimo (secondo me sei, però c’è chi dice otto o dieci), ma alcune centinaia di persone entrano nella hall praticamente deserta. E’ il vuoto assoluto: sembra il programma dell’Ulivo. I banchi del check in sono deserti e nessuno continua a dirci nulla. Io ed altri cattivoni antisociali la prendiamo con filosofia e torniamo fuori a fumarci una sigaretta. Quando rientro, una voce dall’altoparlante dice:
«Si avvisano i signori viaggiatori provenienti da Linate che devono effettuare il check in ai banchi 1 2 e 3». I banchi sono chiusi. I bagagli, imbarcati a Linate, sono sigillati nel pullman. La voce fa una precisazione:
«Si avvisano i signori viaggiatori di recuperare il loro bagaglio prima di effettuare il check in». Comincio a sentire cori da stadio. Un signore dietro di me commenta «Qui mi sa che finisce male» ma verrà smentito dai fatti. Appare una ragazza alta un metro e venti che comunica qualcosa. Qualcuno grida «Megafono!» ma la vera anima italiana, ironica e dotata di grande spirito, emerge dietro di me, nel dialogo tra due persone.
«Non potevano sceglierla più alta?»
«No, perché il suono si propaga dal basso»
Io intanto sto studiando le mosse di un tipo vestito di velluto. Sta suggerendo un blitz: quelli solo col bagaglio a mano potrebbero tentare di passare alla zona di imbarco. Siamo perplessi, ma decidiamo di seguirlo. Ai controlli, una ragazza tenta la resistenza, ma è travolta. Entro nella zona «di sicurezza» mostrando solo il tagliandino del volo delle 17:35 del 20 gennaio 1800. Non mi viene chiesto nemmeno un documento: avrei potuto essere chiunque. Ma la cosa non è esattamente al centro dei miei pensieri, non quanto la necessità di comprare entro pochi secondi dell’acqua e del cibo. E non sono l’unico: la ragazza del bar probabilmente non ha mai desiderato tanto un kalashnikov. Si vendica lasciandoci bruciare le rustichelle.
A quel punto, con due panini in mano e una bottiglietta d’acqua nella tasca del cappotto, cominciamo a chiederci cosa fare. L’aeroporto è in mano ai viaggiatori, che non sanno come utilizzarlo. Verso le 21:00 una voce dice rapidamente quattro numeri di quattro voli associati a quattro gate. Nessuno ci capisce nulla, ma un attento confronto («Tu che volo hai?» «Ah, allora mi sa che sei al 12» «Nono, ho anche io quello, siamo al 7») comincia a dirigere il traffico. Io circolo un po’ per i negozi, poi mi prendo un caffè. Quando vedo formarsi dei gruppi stabili mi avvicino e chiedo: «Questo va a Fiumicino?». Al terzo tentativo trovo il mio gate.
Comincia ad essere palese che c’è ancora qualche problema. Alcuni ventilano l’ipotesi di un nuovo imbarco in un nuovo pullman che ci riporta a Linate. Poi finalmente ci fanno salire su un autobus giallo, tipo quelli urbani, con il pulsante per prenotare la chiamata (che alcuni usano per gioco appena in vista del primo aereo). Una volta a bordo, sembra finita. Ed in parte lo è. Personalmente ho la macchina a Roma e circa 360 km da fare ancora prima di imboscarmi nel letto, ma cerco di prenderla ancora con serenità.
Verso le quattro del mattino, appena entrato in città, a due chilometri da casa, mi fermano i carabinieri.
«Che ci fa in giro a quest’ora?»
«…»
«Da dove viene?»
«Milano»
«Che ci fa a Milano, lavoro?»
Tento un rapido calcolo. Sono tentato di farla breve e non raccontare i fatti miei, ma sono sempre Carabinieri e forse è meglio non mentire. Decido per la verità.
«Ho partecipato ad una trasmissione televisiva.»
«Un gioco a premi?» mi chiede, prima di allontanarsi per il controllo dei documenti. Poi, dopo un paio di minuti, torna.
«Tenga. Tutto a posto» Ci pensa un attimo, e aggiunge: «Almeno ha vinto?»
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