Cose dall'altro mondo

a malacca

di vittore pecchini
(malesia)

Per fortuna che l'ha presa bene. Anzi, fin troppo. Ma il caso è bizzarro.

Camminavo da qualche ora. Avevo bisogno di sedermi un po' e di bere. Ma quando sono da solo non mi va mica bene tutto: questo è caro, questo è turistico, questo è brutto... ma, un momento, ecco! Questo fa per me, è semplice, non è affollato, tavoli in legno, ordinati, puliti, acqua su tutti i tavoli ed una tavola apparecchiata di frutta secca. Strano posto, ma sono in Malesia... Ci sono solo due persone, un uomo sulla sessantina ed una vecchia. Ci sono scritte cinesi sul muro che per me sono decorative ma dicono pochino. In fondo al locale vuoto c'è una specie di altarino. Bello, che cosa sarà? Non è facile capirlo, qui ci sono tutte le religioni, ogni genere di credo nello spazio di poche strade. E per di più tra due settimane è il capodanno cinese e tutta Malacca è imbandita a festa. L'incenso brucia ovunque, tutto è rosso (a dire la verità questo altare qui non è mica rosso, ma comunque...). Non c'è casa che non abbia qualcosa acceso fuori, che non bruci incensi, che non abbia offerte davanti alle statue decorate negli atri di ingresso aperti.

Forse c'è qualcosa di strano, ma le mie difese sono abbassate. La mia capacità di distinguere stranezze regolata al minimo, o qui mi porrei molte domande e non farei nulla.

Entro. Mi siedo con una esitazione dell'ultimo momento. Con la coda dell'occhio vedo i due che si parlano, ed il signore che viene verso di me. Sembra che non sappia da dove cominciare, poi mi dice solo in perfetto inglese: "Posso aiutarla?"

Tutto ad un tratto è chiaro che qualcosa non va. Ma ormai sono partito, ed è una frazione di secondo. Mi sento già un idiota mentre chiedo: "Mi scusi, il caffè... lo fate?

"No - è la risposta ovvia - questo è un funerale"

"Ostia..." Un momento di silenzio per capire e per riorganizzare le idee. Non riesco. Non trovo nulla da dire e balbetto due scuse alla buona. Ma funziona, perché il signore mi sorride e mi invita a sedere. Vuole che resti, che beva. Mi racconta di sua madre, di una volta che è stato in Italia, è gentile. Facciamo due chiacchiere.

Poi arrivano i parenti con le facce compunte. Ogni sorriso adesso è di troppo. Mi alzo in piedi, ma non li seguo. Faccio come farei a casa di un morto in Italia, ma non mi avvicino al catafalco. Non ne ho diritto. Ma allora cosa faccio lì? Mi faccio automaticamente il segno della croce e resto sul fondo a recitare quel che ricordo di un Eterno Riposo, con le mani unite, basse in fronte a me. Quando colgo il suo sguardo faccio un debole sorriso e un cenno di saluto. Mi dà la mano. Insiste che mi porti via qualcosa da bere. Esco, trattengo a stento una risata imbarazzata e mi insulto da solo.

Constatazione. I codici altrui sono difficili da leggere, ma poi, al di là delle assurdità apparenti, si finisce per capirsi. Certi gesti sono universali.

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