Cose dall'altro mondo

una bandiera contesa

di davide oriani
(australia)

Tre mesi di galera. Tanto costa bruciare la bandiera australiana. A pagare questo prezzo sarà Hadi Khawaja, cittadino australiano di origine libanese, che si è arrampicato fino in cima al pennone del circolo RSL di Brighton Les Sands, nei sobborghi meridionali di Sydney, e ne è sceso con il trofeo a cui ha dato fuoco, circondato da una folla esaltata.
È successo tutto in quella domenica 11 dicembre 2005, iniziata sulla spiagge di Cronulla, dove un branco di 5000 australiani bianchi, anglosassoni e ubriachi, si sono dati per tutta la giornata alla caccia di arabi e immigrati. Radunatisi attraverso sms che invitavano a riprendersi le spiagge, si sono dispersi solo dopo che la polizia ha cominciato ad utilizzare le maniere forti.
Più tardi quella sera, 70 auto piene di giovani di origine mediorientale si sono dirette a Brighton Les Sands. Cercavano lo scontro, cercavano vendetta. Tra risse e vandalismo, la serata culmina nell'episodio dell'incendio della bandiera.
La polizia indaga e il 10 gennaio 2006 Hadi Khawaja compare davanti a una corte.
In Australia non esiste il reato di offesa alla bandiera. Nondimeno il magistrato chiamato a giudicare il suo caso parla di vandalismo aggravato dalla valenza simbolica del gesto. Hadi prova a scusarsi. Ammette di avere fatto una cosa stupida, molto stupida, in un momento di scarsa lucidità. Il giudice però non si ammorbidisce. La sentenza dice tre mesi di galera, invece della multa prevista in questi casi. Mentre lui sta già scontando la pena, la sua famiglia non può più permettersi l'affitto di casa e a giorni finirà in mezzo alla strada.
L'opinione pubblica che legge i tabloid ed ha paura degli immigrati in generale e degli arabi in particolare, è contenta.
C'è però un'altra opinione pubblica, sconcertata perchè i leader del branco che si è scatenato nella caccia all'immigrato dovranno rispondere di atti di vandalismo e aggressione ma a loro non toccherà alcuna aggravante per aver offeso la bandiera. In altre parole, farsi scudo della bandiera con la Croce del Sud per compiere atti di violenza razzista non è tanto grave quanto bruciarne una. La spedizione razzista non avrebbe quindi oltraggiato il simbolo dell'Australia, e con il simbolo i valori australiani.
Per molti una tale disparità di trattamento non è accettabile, e altro non rappresenta che l'ennesima mazzata contro il multiculturalismo, che in questo paese è un dato di fatto ed è stato politica di governo. Oggi non sembra più così. Le politiche di impronta multiculturale sono state progressivamente abbandonate negli ultimi dieci anni dai governi guidati da John Howard. L'Australia che ha in mente l'attuale coalizione di governo è prima di tutto bianca e anglosassone.
Questa tendenza è destinata a prevalere? Fanno bene a preoccuparsi i vecchi italiani che ricordano i tempi in cui agli immigrati non era permesso nemmeno entrare nei pub?
È troppo presto per dirlo, perché molti segnali vanno nella direzione opposta. Come quella sera del 12 novembre 2005, quando i socceroos, la nazionale australiana di calcio, hanno giocato e vinto contro l'Uruguay lo spareggio per accedere ai mondiali di Germania. 82.000 persone hanno riempito il bellissimo Telstra Stadium, costruito in occasione delle olimpiadi del 2000, nella più festosa e colorata celebrazione dell'Australia multiculturale, in campo e sugli spalti. Con la divisa giallo-oro militano, tra gli altri, greci, tedeschi, croati e italiani. Ancora più composita la folla che ha assistito al trionfo, ottenuto ai rigori. Quello decisivo lo ha calciato John Aloisi, nato ad Adelaide in una famiglia di immigrati italiani.
Con quella sua faccia da italiano, la pelle scura e i capelli crespi, avrebbe rischiato grosso sulle spiagge di Cronulla solo un mese dopo. In quel momento nulla era più lontano della prospettiva della violenza razzista. Era ben chiaro nei cognomi dei calciatori e nelle facce di chi assisteva allo spettacolo che quella vittoria era la vittoria dell'Australia multiculturale. Una partita di calcio non può certo raccontare il percorso storico e politico del paese, ma quell'evento in particolare è stata una spettacolare rappresentazione di una certa Australia e dei suoi valori.
Ma mentre a Sydney e Melbourne si festeggiava per tutta la notte tra caroselli di auto, bandiere, canti e clacson impazziti, qualcuno pianificava la spedizione punitiva di Cronulla. Smaltita la sbornia dei festeggiamenti, i commentatori delle radio ultraconservatrici sono tornati ad intonare le solite litanie contro gli immigrati che invaderebbero questo paese senza rispettarne storia e cultura.
Si avvicina intanto il 26 gennaio e l'Australia Day, il giorno in cui il paese si ferma in una celebrazione corale dell'australianità. Ci saranno bistecche sui barbecue, tanta birra, si canterà “waltzing matilda” e “downunder” dei Men at Work, molti avranno gli occhi gonfi di orgoglio e di pianto.
I fatti di Cronulla, la catena delle vendette e ritorsioni e gli strascichi giudiziari ci dicono che nello stesso giorno, all'ombra della stessa bandiera, si celebreranno due Australie diverse, incompatibili per valori e simboli, che si sovrappongono e contrappongono.
Una deve affrontare la crisi del modello culturale, che fatica ad accogliere culture tanto diverse e numerose, mentre l'altra predica il ritorno a riferimenti identitari di tipo etnico e sostanzialmente razzista. Quest'ultima è una minoranza, con un'ottima capacità di penetrazione mediatica e amicizie influenti ai vertici del governo Howard, ma pur sempre una minoranza. La maggior parte del paese, l'83% secondo un sondaggio Nielsen, continua a sostenere il multiculturalismo.
Nel contesto attuale le due Australie continueranno a calpestare lo stesso suolo, vivendo gomito a gomito ma evitando di guardarsi in faccia.

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