Cose dall'altro mondo

damasco addio

di marco dominici
(siria)

Con molta probabilità, questa è la mia ultima corrispondenza da Damasco. Me ne vado da questa città, me ne vado dalla Siria, dopo quasi quattro anni lascio questo paese in cui arrivai completamente digiuno di ogni nozione, direi addirittura geografica (ma non ero il solo: quando dicevo “Vado a vivere a Damasco!” tutti rispondevano “Bello! … Ma dov’è, precisamente?”).
Negli anni in cui sono stato qui, ho appreso molte cose su una cultura che non conoscevo assolutamente, ma soprattutto ho imparato una cosa secondo me importantissima, che solo stando fuori dal proprio paese si può capire: vedere il “nostro” mondo da un’altra prospettiva, con gli occhi degli “altri”. Allo stesso tempo si osserva il mondo in cui stai con gli occhi di un estraneo che a poco a poco entra in quella realtà e cerca non dico di comprenderla, ma almeno capire le ragioni e le cause che l’hanno portata ad essere così com’è, e darne un’interpretazione che mi sforzo sempre di non trasformare in “giudizio”, perché non possiamo paragonare due realtà così diverse come quella occidentale e quella araba.
Niente bilanci, però, che sono un pessimo contabile di me stesso. Solo una breve lista di aspetti di questo paese che mi mancheranno e altri che invece non vedo l’ora di lasciarmi alle spalle.
Una cosa che NON mi mancherà sicuramente dei siriani, è la loro abitudine, dannazione, di camminare fuori dal marciapiede. L’ho notato, paradossalmente, solo quando ho iniziato a guidare, da pedone non ci avevo mai fatto troppo caso. In macchina, invece, te li trovi sempre davanti, i passanti, o ai fianchi e non sai se devono attraversare o stanno semplicemente passeggiando; spesso li vedi che attraversano in maniera folle in strade dove le macchine vanno a più di 80, o, quando il semaforo per te è rosso non passano, per decidere di farlo solo quando diventa verde, ovviamente per le auto. Ma dove veramente fanno uscire dai gangheri è al momento di parcheggiare: in quel caso, non solo devi stare attento alle auto che non hanno la minima intenzione di concederti quei pochi secondi per la manovra e già appena ti vedono iniziano a suonare (ecco un’altra cosa di cui non sentirò affatto nostalgia), ma devi anche avere l’occhio allenato al pedone che passeggia bel bello sul ciglio della strada, e ovviamente ti passa dietro quando vede che sei in retromarcia, rischiando di essere gambizzato. Io non so proprio perché lo facciano, e lo fanno tutti, eh: bambini, vecchi, donne, ragazze, mamme con la carrozzina (!), tutti. Oddio, a volte i marciapiedi sono davvero impraticabili: perennemente devastati e quasi in macerie per interi tratti, spesso occupati dalle macchine, altre volte tanto stretti che non ci si passa in due. Forse per questo i damasceni hanno preso l’abitudine di evitarli e anche quando ne trovano di ampi e comodi quasi non osano profanarli, preferendo evidentemente il simpatico rischio quotidiano di essere investiti, così la vita è meno monotona e gli automobilisti almeno hanno una ragione plausibile per suonare.
Ecco, ritorno ancora al clacson, che qui è più di segnale, è un vero e proprio linguaggio: e come tutti i linguaggi, chi non lo parla non viene compreso e le incomprensioni, si sa, generano problemi. Tutto questo per dire che se ti sforzi di fare quello civile e non suoni come loro, prima o poi o investi qualcuno (perché qui non guardano quando fanno le cose, si aspettano che tu suoni, se non lo fai loro vanno tranquilli verso la morte) o fai un incidente, come minimo. Insomma, eccomi nel traffico infernale delle ore di punta nel centro di Damasco a suonare come un vero siriano, più frequentemente piccoli colpi, prolungato se hai a che fare con imbecilli di dimensioni colossali (che comunque non mancano, anzi).
Si sa in generale che ognuno di noi, da mite pedone, una volta salito in macchina diventa un indecente automobilista, ma in Siria questo assioma va moltiplicato all’ennesima potenza: tanto miti, generalmente pacifici e tranquilli - nonché generosi, spesso - sono i siriani nella loro versione bipede, quanto sono agguerriti, impazienti, menefreghisti e, diciamolo, stronzi, non appena mettono le mani al volante. E al clacson. A volte penso che se non fosse stato inventato il clacson non le comprerebbero nemmeno, le macchine. A che servirebbero? Tanto vale continuare ad andare a cavallo, o sul cammello.
Di sfuggita ho accennato alla generosità dei siriani, che non va mai disgiunta dalla loro ospitalità. Se ti perdi e chiedi un’informazione, oltre a quella ricevi anche un invito a pranzo, e non lo fanno per fare, soprattutto fuori città; un bicchiere di tè o caffè, poi, non manca mai, nemmeno se sei ad aspettare che ti facciano il pieno. Più volte mi sono tagliato i capelli da barbieri diversi e sempre il primo taglio è stato offerto dalla casa, perché ero “ajnabi”,straniero, o meglio “deif”, ospite. Certo, qui tagliarsi i capelli non significa fare un piccolo mutuo come da noi, basta il corrispondente di un euro, un euro e mezzo; ma se si considera che un barbiere non guadagna molto più di un centinaio di euro al mese, quello che ti offre è comunque non trascurabile. E, comunque, chiedetelo al vostro, di barbiere, un euro di sconto.
Non solo, ma talvolta viene qualcuno a farti qualche lavoretto in casa e non chiede niente in cambio. Si tratta di lavoretti che in Italia sono quasi valutati in borsa: un perdita di gas, un problema all’antenna satellitare, il lavabo che sgocciola (sì, avete capito bene). Se lo sapessero, i buoni siriani, di quanto vale da noi un’aggiustatina alla parabola o al rubinetto, cambierebbero forse atteggiamento. Certo mia moglie, araba, quando ha saputo che da noi c’è il “prezzo della chiamata” quando telefoniamo all’idraulico o ad un tecnico di altro tipo, si è messa a ridere, per poi immediatamente preoccuparsi al pensiero di dovere, un giorno, venire a vivere nel Belpaese.
Della Siria mi mancheranno molte altre cose, di cui però ho già parlato in altre occasioni: gli odori del suq, i colori del deserto e del cielo nelle giornate terse, i canti dei muezzin all’imbrunire mentre i minareti si illuminano di verde uno ad uno; e perché no, i ritmi assolutamente irresponsabili di questa gente, che del resto sembra fregarsene, coerente al loro “inscia’allah” quotidiano. Gli occhi delle ragazze, e questo non dovrei dirlo perché sono ormai sposato, ma insomma se ho impalmato una siriana non è certo stato per caso.
NON mi mancheranno l’acre afrore penetrante di un inquinamento al cui cospetto le nostre polveri sottili e blocchi del traffico fanno davvero ridere. Qui ad ogni accelerazione si innalzano veleni in grado di sterminare un’intera vallata altoatesina, le targhe alterne sono una barzelletta da turisti e la benzina verde non sanno nemmeno cos’è. Se abiti in una via trafficata non ti azzardare a lasciare la finestra aperta anche pochi istanti e anche a tenerla chiusa, quando spolveri troverai una coltre nera e tenace che si deposita su ogni cosa, inclusi i tuoi polmoni.
Infine, da uomo di città di mare e quindi di climi umidi e camicie sudate e zuppe d’estate, mi mancherà molto questo caldo secco, che cammini sotto il sole a 40 gradi e non versi una goccia.
Mi mancherà il vento che fa ondeggiare le palme, e dietro la sagoma del Qassioun gremito di casupole, minareti, il tutto come stropicciato da una mano gigante e messo lì per illuminarsi di mille lucine al far della sera.
Mi mancheranno i balconi di Damasco in cui, all’imbrunire, le famiglie si adagiano per chiacchierare, giocare a backgammon e fumare l’narghilè o semplicemente godersi la brezza fresca che puntualmente si leva ogni sera da maggio a ottobre.
Mi mancheranno gli occhi di mia moglie quando osserva il tramonto dalla sua città. “Ce ne saranno altri, di tramonti”, le dico, “e ti assicuro anche più belli”.
“Lo so”, dice lei, “ma non saranno così”.
E io, che a Damasco vedo ormai solo sporcizia, inquinamento e caos, e dei suoi tramonti me ne infischio.
È proprio vero, la realtà vista dagli occhi degli altri è molto diversa dalla nostra. Ma non per questo meno reale.

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