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vicini bambini
di marco gargiullo (cuba) |
Non mi riferisco al nugolo di bimbi che vivono intorno alla mia casa all’Avana, a Cuba fortunatamente si continuano a far figli e i bimbi sono sacri, ma al comportamento che ai miei, in verità non tanto distaccati, occhi europei tengono i governi di Cuba e degli U.S.A. Come tutti o quasi sanno, Cuba è sotto embargo americano dagli inizi degli anni sessanta. La cosa da una parte ha frenato la già non entusiasmante economia cubana impedendo l’accesso ai finanziamenti internazionali e rendendo più complicato e costoso, ed a volte addirittura impossibile, lo scambio delle merci, dall’altra ha fornito al governo cubano un’ottima scusa. Se qualcosa non funziona è sempre colpa dell’embargo, cosa spesso vera, ma non sempre. L’embargo, chiamato a Cuba bloqueo è una vergogna internazionale. Da anni i cubani presentano all’ONU una risoluzione per la sua eliminazione e da anni questa viene accolta in maniera quasi plebiscitaria. All’ultima votazione ad opporsi, oltre ovviamente agli U.S.A. e al loro alleato di ferro Israele, le Isole Marshall, che in verità non so dove siano ma mi vergogno per il loro delegato costretto a votare no su una questione di cui nulla gli importava, per compiacere i nordamericani. Tanto, almeno per ora, non ci sono segnali di cambiamento, forti del loro diritto di veto e dello strapotere economico e militare il governo nordamericano rimane sordo agli appelli del mondo. Ovviamente i rapporti fra queste due nazioni sono tesi, molti i motivi di conflitto, soprattutto ideologico. Gli americani non fanno mistero di voler rovesciare il governo cubano, mettendo fine, dopo 47 anni a una scomoda rivoluzione alle porte di casa che per di più ultimamente sta facendo proseliti nel resto dell’america latina come dimostrano Ugo Chavez in Venezuela e il recentemente eletto Evo Morales in Bolivia, grandi amici di Cuba. I cubani accusano di ingerenza interna, di finanziare le opposizioni e terroristi e di voler imporre una democrazia che nulla ha che vedere con il significato di questa parola.
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Da mesi è in atto quella che viene chiamata “la Guerra dei Cartelli”. È iniziata nei giorni che hanno preceduto il Natale 2004. Negli addobbi luminosi che decoravano l’edificio sede dell’Ufficio degli Interessi Americani all’Avana (che funge da ambasciata) svettava il numero 75, che ricordava il numero dei dissidenti nelle carceri cubane. Pochi giorni dopo la risposta cubana, intorno al palazzo, che si affaccia sul Malecon, il meraviglioso lungomare dell’Avana, sono stati posizionati cartelli con gigantografie delle foto delle torture fatte dai soldati USA nelle carceri irachene. A fine 2005 altra grande provocazione americana, al 5° piano dell’Ambasciata è stato posto un gigantesco pannello luminoso sul quale scorrono grandi lettere rosse, non perfettamente leggibili in verità, che riportano frasi su diritti umani. Durante una imponente marcia di protesta, contro l’ipotizzata liberazione negli Stati Uniti di Posada Carril, anziano terrorista anticubano accusato di essere il mandante dell’attentato negli anni ‘70 di un aereo della Cubana de Aviacion precipitato nelle Barbados, tragedia in cui morirono 78 persone alla quale hanno partecipato oltre un milione di persone che culminava con un comizio di Fidel Castro. Pochi attimi prima che il lider cubano iniziasse a parlare, dall’interno del palazzo americano hanno acceso il pannello luminoso. Fidel si è girato a guardare e scherzando ha detto testualmente: “Però, coraggiosi gli scarafaggi”. Ma in realtà si è infuriato. Il giorno dopo l’area è stata bloccata, posti nuovi cartelli contro il presidente americano e a tempo di record innalzati decine di alti pennoni sui quali ora sventolano bandiere nere con una stella bianca, a ricordare i morti cubani degli attentati terroristici, che di fatto nascondono l’ambasciata e rendono illeggibili le scritte.
Quale sarà la prossima mossa?
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