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praga, un luogo comune
di khreshatik (repubblica ceca) |
Naturalmente nostra figlia è in grado di fare, a quattro mesi, quello che gli altri bambini, a malapena, riescono ad abbozzare verso i due anni con l'aiuto di un esperto pedagogo. Chiunque si mostri indifferente di fronte alle sue epifanie, quali potrebbero essere la liturgia di un ruttino graziosamente elargito in offerta sull'altare maggiore di San Nicola; un versetto giambico quando i primi filari di alberi del parco sulla Letnà puntellano come tenui fiammelle la scura filigrana dei suoi occhi; un ditino puntato nel nero della notte non verso il biberon - che lei disdegna come vile materia corrotta - bensì verso la costellazione delle Pleiadi, annunciando così a tutta Praga che è tempo di semina e di fughe d'amore impossibili (dopo di che si attacca al biberon ma solo per scrutare la via lattea), ecco, chiunque non si senta irrorato dalla più profonda ammirazione nei suoi confronti, non è degno della nostra considerazione.
Ed è con un certo stupore che ci domandiamo per quale bizzarra ragione le sorelle scalze di Santa Maria della Vittoria in Karmelitskà Ulice si ostinino a venerare il vetero fantoccio dello Jezulàtko, il Bambin Gesù di cera cui le solerti sorelle cambiano l'abitino ogni giorno - il suo guardaroba al pari dei suoi miracoli è famoso in tutto il mondo e vanta più di cento vestiti confezionati a mano - e non reclamino l'onore di accudire lei, nostra figlia, che vanta miracoli ben più recenti di quelli colati con sinistra parsimonia dai quarantasette centimetri di cera della statua, detta anche Niño (in virtù della sua certa origine spagnola, dicono gli spagnoli, sudamericana, dicono i boliviani che un giorno, racconta Hrabal, provarono a trafugarla, ma quella è Barbie!, dicono sorpresi John e Ann Marie, di Philadelphia, Pencil Vanya, Junaitid Steits, sentendosi un po' più vicini a casa e suggellando quel tepore improvviso in un abbraccio che soffoca, vista la loro mole, la navata laterale della chiesa).
Che a Praga il tempo dei miracoli sia scaduto? Questo ci domandiamo corrucciati di fronte all'indifferenza delle sorelle, dei Fratelli Boemi, di questa città.
Ma d'altronde si sa, se il paradosso è ciò che soverchia frantuma ridicolizza polverizza (scusate, mi sono appena comprato il nuovo dizionario dei sinonimi ragionato. Cosa diavolo vorrà dire ragionato?) la doxa, ovvero il caro vecchio sapere comune, Praga ne è la capitale.
Voi la volete magica? E lei si farà grigia sotto i vostri stessi occhi, in barba a tutto l'arsenale kitsch con cui ogni mattina s'imbelletta il viso: ecco Kafka e Mozart in parrucca ridotti a inscenare per strada il teatrino del Trito e Ritrito come scimmiette addomesticate; poi Rodolfo, l'umbratile sovrano asburgico (può essere umbratile un sovrano? Eppure così leggo di sfuggita sulla guida che un turista smarrito mi porge perché gli indichi la strada per il Fossato. Umbratile. Mah. Ora controllo nel ragionato), il sovrano, dicevo, a braccetto col rabbino di turno mentre vanno a caccia della pietra filosofale nei cortili del Castello; e gli alchimisti, vogliamo dimenticarci di loro?
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Vi sgambettano ovunque e quando meno ve l'aspettate, specie sul Ponte Carlo verso sera, quando hanno fretta di tornare ai loro athanor in Zlata Ulička per timbrare il cartellino, perché se il sovrano scopre che sono stati nel ghetto a far bisboccia sulle ginocchia di un'attoruncola giudea con le tette grosse come le campane della Loreta li getterà in pasto ai leoni. Impallidendo sotto il florilegio di colori stampigliati nella plastica e di false fotografie in bianco e nero, la città, qualora voi la pretenderete magica, vi urlerà in faccia il suo onesto bisogno d'essere tutto men che magica, Kafka e Mozart finalmente si ritireranno spossati nelle loro tane sparendo dietro le dune dei loro stessi miti desertificati, nemmeno il tempo di una birra insieme, e così farà ogni altro simbolo d'una storia posticcia, corrotta, maldestramente importata da altre terre.
E nelle strade ecco scendere la pace. È notte. Fa freddo, siamo a –20°C, si pensa a come raggiungere il posto di lavoro l'indomani, fortuna che non c'è neve, no, non c'è neve, ma forse domani, e comunque il ghiaccio. Ma la neve l'hanno prevista. Mercoledì, al massimo venerdì. Arriva dalla Russia. La neve come il gas. I carrarmati, mormora Jakub strofinandosi le mani sulla stufa elettrica nuova di zecca. Se arriva, la neve. Tu a che ora esci dal lavoro? Lo sciopero dei farmacisti. Ci vediamo per una birra? Aspetta, che controllo sul ragionato e te lo dico.
Ecco. Praga è tornata normale. Una città come tante altre (Dresda? Tokyo? Philadelphia? Tripoli? Cuneo? Cavenago?). Persino nostra figlia non fa più miracoli, la cameriera della kavarna in cui faccio colazione ogni mattina, assonnata come sempre, mi vede con lei in braccio e accenna a un vago sorriso. Sembra dire: lo Jezulàtko è al sicuro, tua figlia, tu, e persino io, la città: tutto è normale. E di questa Praga siamo tutti assonnatamente innamorati. E' così che la vogliamo.
Ma d'altronde si sa, se il paradosso è ciò che contraddice (scusate la tirchieria d'eloquio: ho appena buttato nel cesso il ragionato) il caro vecchio sapere comune, Praga ne è la capitale.
Voi adesso la volete normale?
Corre voce che, forse a causa del freddo, due statue del ponte Carlo (quella, al solito, del Turco e quella di Ljudmila, ahi, ahi, Mila, nel verderame dei tuoi occhi il Turco smarrirà la ragione, per sempre) sono state viste balzar giù dal parapetto e allontanarsi oblique nei vicoli di Malà Strana, approfittando dell'oscurità e della notte senza luna…
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