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lingua e diversità
di daniel massei (argentina) |
(parte seconda; la prima parte si trova qui)
In Argentina io provavo imbarazzo per gli errori linguistici della mia nonna italiana. Non tanto quando sbagliava lei, piuttosto quando, a causa dei percorsi curvi della sintassi e dell’apprendimento, io li riproducevo nel mio stesso lessico, senza volerlo né sopportarlo. Era logico, le mie maestre di scuola volevano che io parlassi in una lingua corretta e si affannavano a inculcarmela con tutto il rigore che la loro qualifica professionale consentiva. Questa era in qualche modo l’assicurazione che lo stato argentino stipulava per unificare il proprio idioma: la correzione.
Pensiamoci un momento. Quasi tutte le famiglie argentine erano composte da immigrati. Chi non era figlio di un immigrato ne era il nipote, o più semplicemente lo era lui stesso. E i pochi argentini che potevano fregiarsi di questo titolo da generazioni in realtà anche loro erano immigrati, e in maniera forse ancora più dolorosa: senza muoversi da casa, erano immigrati in una terra piena di figli e nipoti di gente che veniva da tutt’altro luogo.
L’immigrazione in Argentina è stata multipla; multietnica, si direbbe ora. La gran parte di questo movimento di gente era composta da italiani, spagnoli e polacchi, tedeschi, russi, portoghesi, iugoslavi, inglesi, libanesi e giapponesi, tra gli altri. Allora le nostre insegnanti del sapere si sforzavano di inculcarci la lingua corretta. Il sapere, per sua propria definizione, pretende di essere sempre univoco: la lingua è così, si dice così; questo è corretto, questo non è corretto. Ed è proprio grazie a tutto ciò se ancora oggi si vendono tanti dizionari.
Da quando scrivo, vale a dire da parecchi anni, ho anche il sospetto che la correzione sia nemica dell’eccellenza. Una letteratura corretta è normalmente noiosa poiché, essendo schematica, deve sempre aggiustarsi alla norma. Questo è rilevabile tanto in Italia quanto in Argentina e probabilmente in qualunque altra letteratura del mondo.
Temo che l’unificazione, anche se oggi non è più di natura linguistica, non possa che portare povertà, paradossalmente. Come la volta in cui scoprii che in Italia tutti parlavano italiano, in breve tempo iniziai a comprendere le differenze esistenti tra la lingua che si parlava in Italia e quella usata da mia nonna. Non era più lo stesso idioma, era stato imposto, in assenza dei miei antenati, dalla scolarizzazione del dopoguerra.
Molte cose cambiarono in Italia dopo la seconda guerra mondiale e forse una delle più importanti fu proprio la lingua. Piano piano, l’italiano aveva smesso di essere una lingua elastica, intuitiva, infinitamente dialettale, per trasformarsi in una lingua determinata dai circoli accademici. Mia nonna utilizzava alcuni dei verbi appartenenti a questa lingua, ma li pronunciava in maniera differente: diceva mangià invece che mangiare e lu cash al posto di formaggio. Oggi, in quello che fu il suo paese e in alcuni dei paesi limitrofi, la gente continua a parlare allo stesso modo. Si ribellano così a un’imposizione dello stato italiano che vuole unificare i loro discorsi. E fanno bene.
Nella città in cui mi trovo a vivere adesso - in Abruzzo, più o meno vicino a dove nacquero mia nonna e mia madre e mio padre -, a mano a mano che mi relaziono un po’ di più con i suoni di questa terra mi innamoro della lingua che la gente sceglie di parlare ogni giorno. So che a molti di voi, italiani istruiti, quello che dico potrebbe sembrare una sciocchezza, ma io sento che dentro ogni dialetto regionale sopravvive l’autentica vitalità della lingua italiana intesa come lingua multipla, infinita, viva, capace di riprodursi e mutare migliaia di volte nell’arco dei secoli.
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Non fraintendetemi, non sto certo dicendo che sarebbe ora di abbandonare definitivamente l’idioma di Dante; dico che sarebbe bene che la cultura, l’italiano scritto, la letteratura, trovassero il modo di non abbandonare questi registri popolari. Non dovremmo permettere che muoiano o che continuino a vivere nella marginalità di ciò che non merita scrittura, che seguitino a essere usati nei mercati e non nelle biblioteche. Dovremmo piuttosto incorporarle, interiorizzarle, farle nostre.
Alcuni di questi dialetti stanno arrivando alla fine della loro parabola di vita, perché non esistono più persone che sappiano scriverli; ecco perché molti saranno perduti per sempre. Forse ne appariranno altri, impensati, spontanei. Avete mai sentito parlare in italiano un senegalese, un pachistano, un latinoamericano? Anche in loro vive la lingua italiana, in queste sintesi che suonano strane perché non appartengono a una nazione bensì a una provenienza, a uno ieri, a un mondo forse alieno. Ma siamo sicuri che l’Italia non sia sempre stata così? Come succede probabilmente a tutti, anche a me, quando passeggio per Roma, accade di ritrovarmi a pensare alle legioni romane che invasero le terre che sorgevano al di là del mondo da loro conosciuto. Quante lingue parlavano queste legioni? Il latino apparteneva solo ai centurioni e ai generali; i legionari, ex schiavi ed ex sconfitti, ma romani come gli altri, camminavano caricando le loro provvigioni, le loro armi e le loro lingue e così procedevano per migliaia di chilometri. Camminando e guerreggiando, inventarono l’impero.
L’Italia non sparirà nella dissoluzione. Al contrario, l’Italia del linguaggio univoco ha risposto molto bene alle politiche di stato disegnate durante il fascismo, a Mussolini interessava unificare il linguaggio affinché tutta la popolazione comprendesse sia i suoi ordini che la sua propaganda. Poi si mantenne, perché è sempre più difficile governare nella moltiplicità, nella diversità.
Fino a qualche anno fa, la musica e la letteratura napoletana era disprezzata nel resto d’Italia. Uno dei peccati di Napoli, tra i tanti suoi peccati, era stato quello di volersi tenere stretto il dialetto (sintomo innegabile del fatto che la scolarizzazione, al sud, per semplice effetto della povertà e delle difficili condizioni di vita, non fu tanto severa ed efficace come nel resto d’Italia).
Io ho vissuto vari mesi a Milano. Milano, oltre ad essere uno dei centri culturali più importanti d’Italia, è un’immensa città di immigrati; basta camminare per le sue strade, per i suoi quartieri, per rendersene conto. Io non sono un grande conoscitore della lingua italiana, a tentoni vado scoprendo ogni giorno qualcosa di più. Non ho fortuna con la letteratura che trovo su Milano, sembra essere stata scritta tutta dall’interno di uno di quei magici palazzoni della Milano-bene. Non si vivono le lingue degli immigrati qui, in questa letteratura. È una letteratura di pretesa, colta, intelligente, ordinata secondo gli ultimi parametri della letteratura in lingua inglese.
Fatto per me incredibile, ai suoi autori sembra non interessi registrare il sisma e le implosioni che accadono all’interno della loro stessa lingua e nelle medesime strade in cui essi vivono, ogni giorno. E nei loro bar e nelle loro stazioni, ogni giorno. È nondimeno probabile che ci sia molta letteratura alla quale importa, e semplicemente io non abbia ancora avuto la fortuna di incontrarla.
Questa Italia che vivete voi oggi è unica, unica rispetto a se stessa, abbiate coscienza di questo, è unica rispetto alla sua stessa storia. E forse siete proprio voi quelli che devono trovare il modo di raccontarla, in tutta la sua violenta, interminabile e impudica diversità.
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