Cose dall'altro mondo

gli alberi di treptower park

di giampaolo bellavite
(germania)

Stasera andiamo io e L. a vedere cosa accade al Treptower Park. Ci spostiamo tra il buio della neve fresca, tra le fitte distese di tronchi, di rami e di cespugli neri. È inverno: le ombre del bosco sono profondamente intrecciate in una trama monocolore. Le dimensioni della natura non sono ben chiare. Le ciminiere della centrale elettrica soffiano le nuvole di fumo e ci fanno pensare che al di là del fiume ci siano davvero altri uomini, ma forse sono solo macchine in funzione.

Irraggiungibile per via di una rete di metallo, lontano nella radura al centro della foresta, si trova una grande ruota panoramica: al buio, la sua sagoma nel cielo potrebbe essere un albero di una specie rara e simmetrica, se riposasse in attesa della primavera (è invece morto e abbandonato), e se non lo immaginassimo la giostra illuminata di un tempo. Sarebbe un albero di enormi dimensioni, certo, così prudentemente separato dal resto del bosco, al centro del prato grigio. I dinosauri neri che dovevano, una volta, affascinare i bimbi per dimensioni e miti ora sono bloccati dal ghiaccio: la loro espressione aggressiva non fa più paura, rimane solo un contorno, come quello che tra loro è rovinato a terra (ma lo osservo di nascosto, perché la sua posizione è angosciante e terribilmente innocua).

Fa freddo ed è buio, e non ci sono rumori. Non c'è nulla poi che valga la pena guardare, e forse è meglio anche andare via: difficile trattenere una sensazione di disagio qui, e il desiderio è liberarsene il più velocemente possibile. Ma abbiamo un problema: i nostri piedi non si staccano dal suolo. Sono, infatti, come l'inizio del tronco di un albero che penetra nella terra. Non c'è legno però, c'è solo carne, rosa, che al buio sembra grigia. E questa terra in cui affondiamo le gambe è coperta dallo stesso strato di pelle che protegge i nostri organi. Sotto lo stesso strato scorre il nostro sangue e più in là quello della terra. Io e L. siamo davvero un’escrescenza bizzarra di una epidermide distesa, di cui siamo solo un nudo segmento. «Che strano - osserva – siamo attaccati alla terra, ma oltre al piede non sento nulla. Che fame, poi.» Mi accorgo anche io di essere affamato e che la fame mi rende agitato. «Cosa mangiamo?» Il mio amico stacca allora un pezzo di carne fresca, quella che sta accanto ad una pianta, qualche centimetro dalla base del suo piede; lo mette in bocca, ma a masticare si sente improvvisamente male e vomita la sua anima, urlando furioso come colpito da un dolore incontrollabile.

Lo guardo e non posso fare niente, non so cosa fare, bloccato lì e legato al suolo. Lo rincuoro con parole che pare ignorare, e forse per via degli spasmi non mi sente. Cosa ti accade! Cosa succede. Continua a rimettere per una decina di minuti, ma dopo poco sta meglio.
Infatti ora può camminare: ed è già scappato via, fra la neve, verso i lampioni dello stradone lontano, correndo come un indemoniato, il suo fiato che brucia fra i tronchi che scappano dietro.

Così probabilmente ci si deve liberare dall'impaccio, e penso che mangiare e vomitare sia l’unica soluzione. Faccio come lui. Mentre mastico mi assale l'angoscia di ingoiare le mie stesse dita: e il palmo della mano, e il polso, il braccio, la spalla il collo il petto, perché sento il loro gusto, il gusto di cosa sono fatto e inorridisco dallo schifo e dalla nausea (denn du bist was du ißt) fino a vomitare. Più rigetto il mio stomaco, più violento cresce l'odio di me intrappolato e affamato (ich habe keine Lust mich nicht zu hassen... etwas zu kauen). Sento nuovamente la voce di L. «Che strano, siamo attaccati alla...» pelle della terra (...mich nackt zu sehen!), vedo di traverso la ruota che ansima nel buio, il perno dei suoi raggi si gonfia come avesse la schiena spezzata. Il bosco grida su una musica violenta, mentre vomito ancora pezzi della mia carne. Canta così, il bosco:

non si mangia
non si è mai sazi
non si fa
non è il nostro posto.

(L. guarda attonito il suo amico agitato in preda alle convulsioni, lontano la ruota che soffia espirando con gli ampi ritmi ragione della sua larghezza; tremano gli alberi tanto forte che rami grossi cadono spezzati sul sentiero, galleggiano altri sulla Sprea lenti, contro una musica troppo forte per poter gridare.) «Tutto bene?» dice a me, che ricurvo sputo l'ultima goccia di saliva acida, mentre mi dà una pacca sulla schiena. «Sì, non ti preoccupare - ma hai ragione tu: non c'è niente di interessante qui.»

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