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blu bemolle
di matteo pelliti |
“Quel pirla di un Silvio”: l’antiretorica della Grande Guerra
Poche cose, mi pare, educano ad un pacifico antimilitarismo quanto l’epica popolare cresciuta intorno alla Prima Guerra Mondiale. Ma cosa è, una persona, che si scrive tutta maiuscola? Non una persona, ma molte sì: tutte quelle sopravvissute o non sopravvissute al conflitto. Reduci? Forse, poiché i conti con la Seconda è ancora troppo presto, davvero troppo presto, per poter dire di averli realmente fatti, la Grande Guerra rappresenta ancora un vasto serbatoio poetico al quale attingere quando, e se, si cerca un senso limpido e profondo - pieno di “se” e di “ma” – per il rifiuto dell’idea stessa di guerra. E tanto più netto è il rifiuto dell’idea di guerra quanto più alta è la consapevolezza della foresta di “se” e di “ma” che attraversano le vite di chi è stato attraversato dalla guerra. “Rivolgersi agli ossari”, dice Marco Paolini quando cita Andrea Zanzotto, “Rivolgersi agli ossari”.
“Quel pirla di un Silvio!”, no, qui l’attualità non c’entra niente; è solo il frammento di un monologo degli anni Settanta, per me celebre ed essenziale, dal titolo “Il Reduce”, scritto da Enzo Jannacci e Renato Pozzetto e recitato da quest’ultimo (e in anni recenti riproposto su cd). In quel monologo tutta l’assurdità delle trincee della guerra “del quindicidiciotto” veniva rievocata in termini grotteschi, con effetti comici e drammatici insieme. Sicuramente formativi. Quel Silvio era il compagno d’armi troppo pieno d’iniziativa e che per questo muore in trincea, stupidamente, con tutto l’ottimismo e lo slancio di un giovane chiamato a “salvare la patria”. Ecco, Pozzetto che urla, in risposta al Piave: “Ma cosa mormori a fare che io mi sto cagando addosso”, oppure che si ribella in un “Indietro Savoia!”, è stato, per me, una grande lezione di antiretorica. E pacifismo. Come, del resto, lo è stato anche il capolavoro del 1959 di Mario Monicelli, “La Grande Guerra”.
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Questo hanno fatto, le canzoni popolari, il comico, il racconto: sono riusciti a creare un’antiretorica positiva su quel macello immane che fu la Grande Guerra. E la maiuscola io la metto solo per il rispetto verso tutti quelli che ci morirono dentro, “battezzati sotto il piombo, cresimati dalla guerra”, come canta Massimo Bubola nel suo ultimo album. Dedicato ai suoi prozii caduti, appunto, in quella guerra. “Rivolgersi agli ossari”, dice Zanzotto. Un punto di riferimento morale del paesaggio attraversato dalla guerra, quel che resta della sua memoria e delle sue persone, di quella “vittoria” del 4 novembre. E l’Alta Guida che condusse a quella vittoria? Anche qui è il senso del comico (“Alta Guida? Un metro e cinquantotto di monarca, un monarca scarso, un monarc., un monar.., un mona…” dice Paolini) che cerca di restituire ragione all’irragionevolezza della Storia. Oppure è il canto popolare, tradizionale, a restituirci il senso più sincero, sentito, di quel che accadde: la commozione dell’accostarsi alla semplicità, anche qui per antiretorica positiva, del canto tradizionale (penso, ad esempio, alla canzone “Monte Canino” ripresa nel lavoro di Bubola, oppure a “L’altissimo de sora” cantata da I Mercanti di Liquori e da Paolini).
Dal racconto del padre al figlio e al figlio ancora, dal ricordo del canto dolente di “quel lungo treno che andava al confine”, è lì che puoi ritrovare ancora oggi il tuo rifiuto della guerra. Pieno di “se” e pieno di “ma”.
(Massimo Bubola, Quel lungo treno, Eccher Music-Edel 2005
Marco Paolini e i Mercanti di Liquori, Sputi, V2Music-Sony – 2004
Cochi e Renato, Le canzoni intelligenti, CGD East-West, 2000
Marco Paolini, Bestiario Veneto, Ed. Biblioteca dell’immagine, 1999)
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