le rubriche

le cronache e i giorni

di marina wiesendanger

il mondo nasce da una parola

Quando un dottore ti dà una brutta notizia, o perlomeno non bellissima perché ti dice che si può comunque operare, anzi si deve. Bella no, ma non bruttissima dopotutto, se ci pensi. In quel momento il cervello, se è lui, si divide in due, come una goccia d’olio in acqua, di netto in due: un pezzo, il sinistro, o destro, resta lì e ascolta incredulo e paziente il dottore, l’altro il destro, o sinistro, se ne va e pensa cose strane, lontane, questa per esempio, quel servizio di piatti giallo e bordeaux, lo voglio regalare, quando mai lo userò, lo regalo a Stefano che si è sposato e fa casa. E lui, il sinistro o il destro, mentre l’altro è lì col dottore che parla , si mette a contare le roselline dei grandi sottopiatti e piattini dessert. Sì, appena torno a casa lo spolvero bene lo incarto e faccio una bella cassetta regalo. Gli sono sempre piaciuti quei piatti a Stefano. Viene a prendere sua mamma che fa qualche lavoro in casa mia, porta quei dolcini umbri, ma duri, ti si spaccano i denti. Io sono tipo da bigné. Anche africani, cannoncini.
Sarà questa la schizofrenia. Due interessi diversi in un medesimo contesto, due possibilità di prendere la vita che viene. Poi i giorni cominciano a andare uno in fila all’altro e tu cominci a stancarti di essere così presente al programma che hanno fatto per te, e torni alle belle roselline, quel giallo che neppure io, che dovrei intendermene, riesco a definire in una sola parola, giallo primavera ma cremoso, come burro e limone, insomma dolce perché è su ceramica e non porcellana, per non parlare del bordeaux, che tale non è. È sangue di bue, ma mi fa schifo la parola, però lui, il colore, è bellissimo, intenso e lavato. Con quel giallo, davvero un piacere a guardarlo o anche solo ricordarlo.
Avrà la tovaglia giusta, Stefano? è importante, perdio!
Sì ma ce l’ho io.
Non parlo per me, ma per tutti quelli che hanno provato questo sdoppiamento immediato in uno studio qualunque, medico.




Oggi ai pazienti si dice tutto, con voce severa, anzi secca. Certo, i dottori non si commuovono più. Però neanche questo loro modo moderno va bene, lascia troppo spazio vuoto tra le parti, una frase sgrammaticata, la prima cosa che si potrebbe pensare è, ce l’ha con me? È colpa mia? Poi viene il momento in cui spiegano che cosa si può fare.
Faccia lei, dottore. E abbia un po’ di pietà, e speriamo che lei sia bravo, anzi il migliore. È il migliore, lei, dottore? Me lo dica con la stessa franchezza che ha usato per me.

Si ricompongono le parti dell’intelletto, e ognuna è carica di notizie che trasfonde nell’altra.
Il messaggio che ne esce è questo, chiaro: io penso ancora e sempre penserò che è meglio che la notizia sia diretta e personale, e non si mettano a dirti un bel giorno maledetto che cos’ha qualcun altro, che tu per caso ami troppo.
Se tocca a noi, è più facile, si è meno coinvolti in un pensiero fisso e doloroso. Oh, la vita è bella comunque, bella davvero, che finirà l’abbiamo saputo dall’inizio. A che ora, non si sa. Come, con una tragedia naturalmente mortale. Nessun altro dato oltre questi, che pur dovrebbero bastarci. È che non ci si fa caso, incredibile a dirsi, si vive e basta, poi si fanno le corna se qualcuno ne parla…come è stupida la paura.
E si ha così paura dei vecchi, forse perché fanno da specchio. La nostra paura ce li allontana, ne fa razza a parte .Come è stupido.
Se ti dicono che il tuo amore ha qualcosa, sì che la vita non è più tua. Non puoi essere più tu neanche un momento.
Meglio sia un fatto personale. Non solo perché ti trovi altre cose improvvisamente importanti nella testa, ma soprattutto perché, e qui parlo per me, se mi toccano così a crudo, me ne vado da lì e mi sento sola e leggera.

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