le rubriche

e conformate l’azione alla parola

(intuizioni intorno al teatro)

di isabella moroni

La prima volta che la vidi fu Pantera.
Più di venticinque anni fa, perché lei - sono certa - è sempre esistita.
Fu una festa, un happening, si diceva allora, in uno strano posto che chiamavano Teatro Goldoni.
Perché allora, lo giuro, si faceva teatro in ogni luogo. E quello, che gli dei mi cancellino la memoria, era davvero un teatro con i soffitti affrescati e la galleria decorata da una ringhiera che sembrava un ricciolo barocco.

Ci viveva, solitario e distolto dalla mente e dalla consuetudine, il figlio di un partigiano.
In realtà si diceva che non fosse stato davvero un partigiano, che era un povero cristo passato per caso a Porta S. Paolo mentre infuriava la battaglia, beccandosi una pallottola in testa. Anche se poi gli intestarono la strada nella quale morì.

Lei era lì. Nel foyer dall’altissimo soffitto a volta che aveva perso affreschi e colori.
Si confondeva fra fotografi alla moda, mimi, giornalisti, danzatori, checche, militanti reduci della rivoluzione ed il primo ermafrodito lanciato sul mercato (si sentivano sussurrare compiaciuti i manager ed i papponi del teatro: “Uno scandalo, signori! Con questa Eva, faremo uno scandalo!”).

Lei che aveva stravolto il teatro e la morale, che aveva recitato nelle strade, davanti alle fabbriche, negli ospedali psichiatrici, nuda, fumando pubblici spinelli, manifestando per la pace e contro il governo degli Stati Uniti, quella sera era lì per non so quale destino, accanto a suo marito, Julian Beck scavato dal male, e dal bruciare di una passione creativa nervosa.

Judith Malina quella sera era Pantera.

Per molti anni, dopo, passai per i suoi spettacoli, la spiai nei camerini, scrutai l’immobilità del suo corpo accovacciato sulla scena che si faceva voce e movimento con una lentezza che costringeva al silenzio, all’attenzione, come ipnosi.

L’ascoltavo parlare di Utopia, quella stessa di sempre e di quei testi che ti “possiedono” perchè incarnano quello che è possibile e reale: una società anarchica, pacifista, umanistica, vegetariana e femminista.
Possibile perché solo lei sapeva che nella realtà non ci sono ostacoli naturali a tale realizzazione, ma solo il dubbio, il dubbio interiorizzato dell’impossibilità di creare una nuova società.
Il dubbio, il finto realismo che rappresentava il vero ostacolo al cambiamento verso una società più giusta. Ed allora i testi servivano per mostrarne l’effettiva possibilità, ancora di più, la necessità; servivano per aprire nel pubblico la speranza. Erano testi capaci di far bruciare.

Ha attraversato la storia, Judith Malina: dalla Germania all’America, da Piscator a Sanguineti, attrice, ma soprattutto regista, poetessa in rivolta. Arrestata, incarcerata, picchiata, madre, figlia di rabbino, immersa nella rivoluzione (“è certo più piacevole fare teatro rivoluzionario in tempi rivoluzionari; ma in un momento storico di tensione pre-rivoluzionaria come è questo, è fondamentale perseverare, è molto più necessario”), ed ininterrottamente costretta (come da lingue di fuoco) dalle idee e dai luoghi a fare quello che fa, altrimenti potrebbe morire e con lei morirebbero le idee. È la vita –dice- che le indica la via da sempre.

Guardammo insieme una persona cara ad entrambe: “Voglili sempre bene” mi disse e mi portò quella stanza dalle vetrate incorniciate di legno chiaro facendomi sedere alla sua scrivania a guardare la montagna e la valle, l’antica valle calcarea e fumosa, attraversata dal torrente secco per la calura, dove si nascosero i veri partigiani; mi raccontò di Carlo che ancora viveva e che era stato ispirazione per lo spettacolo Resistenza.
A sera la sua poesia s’impastò col vento caldo che preannunciava un temporale estivo, mentre la sua indomabile necessità della scena la trasformava da pantera a massa di energia, a filamento di luce ramata ed indomabile come i suoi capelli.

Sono sdraiata qui. Nella grande stanza dalle vetrate incorniciate di legno chiaro. Non m’ero accorta dei muri in pietra e delle travi al soffitto, del caldo pavimento di legno.
Judith Malina l’inverno torna a New York.
La stanza mi gira attorno, il torrente spumeggia gonfio dell’acqua che scende dalla montagna. Tutto attorno è neve.
Sento, oltre la porta i suoni del teatro, degli allenamenti, delle parole.
Sotto il letto decine di scatole e di pacchetti.
Nei pacchetti centinaia di libricini, pagine bianche in attesa d’essere riempite d’inchiostro. Copertine di seta cinese colorata: blu, rosso lacca, verde bambù, ricamate con fiori, peonie ed altri fregi classici.
Nelle scatole un’infinita collezione di cartoline. Decenni di cartoline, una vita di cartoline.
Spesso il senso del teatro si rapprende in una cartolina. Una panorama che può contenere tutto: quella luce, quei colori, quelle posizioni; oppure un’opera d’arte che dia l’abbrivio ad un’idea che poi diventa azione, o ancora qualche parola dimenticata, ritagliata dalla memoria che riporta ad un’urgenza, ad una domanda ad un diario strappato.
Tutto sparso nelle scatole di scarpe perché l’utopia possa andare, camminare da sola e fare tutte le vittime che servono per essere sovrana

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